
12ª
DOMENICA DOPO PENTECOSTE
Il primo Comandamento di Dio (seconda omelia)
«Amerai il Signore Dio tuo» (Luca 10,27)
(La seguente omelia, non è un doppione della precedente, ma la completa splendidamente; l’argomento, di primaria importanza, secondo il santo curato, meritava un supplemento di riflessione, anche perchè si sarà accorto egli stesso, che nella precedente omelia, il discorso era slittato verso i comandamenti, in generale; n.d.a.).
Adorare Dio, fratelli miei, è la funzione più bella dell’uomo, sulla terra, poichè per mezzo di questa adorazione, diventiamo simili agli angeli e ai santi, che sono in Cielo.
O mio Dio! quale onore e quale felicità, per una vile creatura, avere il potere di adorare e di amare un Dio così grande, così potente, così amabile, e così benevolo!
No, fratelli miei, no, mi sembra che Dio non avrebbe dovuto fare questo comandamento, ma soltanto sopportare che ci prostrassimo alla sua Presenza.
Un Dio, fratelli miei, che ci comanda di amarlo e di adorarlo!...
Ma perchè questo, fratelli miei?
Forse che Dio ha bisogno della nostra adorazione e delle nostre preghiere?
Ditemi, fratelli miei, siamo forse noi che poniamo sulla sua testa quei raggi di gloria?
Siamo forse noi che possiamo accrescere la sua grandezza e il suo potere, dal momento che ci comanda di amarlo, sotto pena di eterno castigo?
Ah! vile nulla! Creatura indegna di questa felicità, della quale gli stessi angeli, santi e puri come sono, si ritengono infinitamente indegni, e che, se Dio permette loro di prostrarsi davanti a Lui, lo fanno solo tremando!
O mio Dio! quanto poco l’uomo conosce la sua felicità e il suo privilegio!...
Ma no, fratelli miei, non usciamo dalla nostra ordinaria semplicità.
Ah! fratelli miei, questo pensiero, che noi possiamo amare e adorare un Dio così grande, ci sembra tanto al di sopra dei nostri meriti, che potrebbe distoglierci dalla strada della semplicità.
Ah! fratelli miei, poter adorare Dio, amarlo e pregarlo!
O mio Dio! quale felicità!... chi potrebbe mai comprenderlo?...
No, fratelli miei, tutte le nostre adorazioni, e tutta la nostra amicizia, non aggiungono nulla alla felicità e alla gloria del nostro Dio.
Ma siccome Dio non vuole altro che la nostra felicità, quaggiù, Egli sa anche che questa non si trova se non nell’amore che avremo per Lui, e che, tutti coloro che la cercheranno al di fuori di Lui, non la troveranno mai.
Di modo che, fratelli miei, quando il buon Dio ci ordina di amarlo e di adorarlo, lo fa perchè vuole costringerci ad essere felici.
Vedremo dunque insieme:
1- in cosa consista questa adorazione che dobbiamo a Dio, capace di renderci tanto felici;
2- come dobbiamo esercitarla verso di Lui.
Se adesso mi domanadate, fratelli miei, che cosa significhi adorare Dio, ve lo spiego subito.
E’, allo stesso tempo, credere “a Dio”, e credere “in Dio”.
Notate bene, fratelli miei, la differenza che c’è tra credere a Dio, e credere in Dio.
Credere a Dio, che è la fede dei demoni, è credere che ci sia un Dio, che esista, che ricompensa la virtù e punisce il peccato (la chiama “fede dei demoni”, in riferimento a: Lettera di Giacomo 2,19! Vuol dire che è una fede insufficiente; n.d.a.).
O mio Dio! alcuni cristiani non possiedono nemmeno la fede dei demoni! Essi negano l’esistenza di Dio, e, nel loro accecamento spaventoso, e nella loro frenesia, osano sostenere che dopo questa vita, non c’è nè punizione, nè ricompensa.
Ah! sciagurati! se la corruzione del vostro cuore vi ha portato fino a un tale eccesso di accecamento, andate a interrogare un posseduto dal demonio; egli vi insegnerà ciò che dovete credere intorno all’altra vita.
Egli vi dirà che, necessariamente, il peccato è punito, e la virtù è ricompensata (il nostro santo fu anche un potentissimo esorcista; n.d.a.).
Oh! quale disgrazia, fratelli miei! Quando la fede è estinta in un cuore, di quali stravaganze non si è capaci!
Ma, quando parliamo di credere in Dio, significa riconoscere che Egli è il nostro Dio, il nostro Creatore, il nostro Redentore, e che lo prendiamo a nostro modello (abbiamo conservato lo stile un po’ “a-sintattico” del nostro santo, per conservare la freschezza delle sue espressioni; n.d.a.).
Significa anche riconoscerlo come Colui dal quale noi dipendiamo in tutto e per tutto, sia nell’anima che nel corpo, sia nelle cose spirituali che temporali; come Colui dal quale ci attendiamo tutto, e senza il quale non possiamo nulla.
Vediamo, nella vita di san Francesco, che egli trascorreva intere notti, senza fare altra preghiera, se non questa:
«Signore, Tu sei tutto, e io non sono niente; Tu sei il Creatore di tutte le cose, Tu sei il Conservatore dell’intero universo; mentre io, non sono nulla».
Adorare Dio, fratelli miei, vuol dire offrirgli il sacrificio di tutti noi stessi, ossia, fratelli miei, essere sottomessi alla sua santa Volontà, nelle croci, le afflizioni, le malattie, la perdita dei beni, ed essere pronti a dare volentieri la vita per amore di Lui, se fosse necessario.
Diciamo ancora meglio, fratelli miei, significa fargli un’offerta totale di tutto ciò che siamo, e cioè, del nostro corpo, per il culto esteriore, e della nostra anima, con tutte le sue facoltà, per il culto interiore.
Spieghiamo tutto ciò fratelli miei, in una maniera più semplice.
Se io chiedessi a un fanciullo:
«Quando bisogna adorare Dio, e come bisogna adorarlo?», egli mi risponderebbe:
«La mattina e la sera, e spesso, durante la giornata: ossia, sempre».
E’ come dire, fratelli miei, che noi dobbiamo compiere sulla terra, ciò che gli angeli e i santi fanno in Cielo.
Il profeta Isaia ci dice che egli vide Nostro Signore, assiso su un bel trono di gloria; i serafini lo adoravano con un tale rispetto, che coprivano i loro volti e i loro piedi con le ali, e cantavano continuamente:
«Santo, santo, santo, è il grande Dio degli eserciti, gloria, onore, e adorazione, gli siano rese per tutti secoli» (Isaia 6,1-3).
Leggiamo nella vita della beata Vittoria, dell’ordine dell’Incarnazione, che vi era una religiosa del suo ordine, che era molto devota, e piena di amore di Dio.
Mentre si trovava un giorno in preghiera, Nostro Signore la chiamò per nome; questa santa, nella sua naturale semplicità, gli rispose:
«Mio divino Gesù, cosa vuoi da me?»;
Il Signore le rispose:
«Io ho dei serafini, in Cielo, che mi lodano, mi benedicono, e mi adorano senza sosta; voglio averne anche sulla terra, e voglio che tu sia una di loro».
E’ come dire, fratelli miei, che la funzione dei beati nel Cielo è esclusivamente quella di essere occupati nel benedire il buon Dio, per tutte le sue perfezioni, e che noi dobbiamo fare lo stesso, finchè siamo sulla terra: i santi, trionfando e godendo, e noi, combattendo.
San Giovanni ci dice che egli vide una moltitudine così grande di santi, che sarebbe impossibile contarli.
Erano davanti al trono di Dio, gridando con tutto il loro cuore, e con tutta la loro forza:
«Onore, benedizione, azione di grazie, siano rese al nostro Dio!» (Apocalisse 5,11-12).
Io affermo dunque, fratelli miei, che dobbiamo adorare Dio frequentemente, anzitutto con il nostro corpo: e cioè, che dobbiamo metterci in ginocchio, quando vogliamo adorare Dio, per dimostrare il rispetto che nutriamo, per la sua santa Presenza.
Il santo re Davide, adorava il Signore sette volte al giorno, e per tutto il tempo rimaneva in ginocchio; egli stesso confessa che, a forza di pregare, e di pregare in ginocchio, le sue ginocchia erano divenute deboli e inferme.
Il profeta Daniele, stando a Babilonia, si volgeva verso Gerusalemme, e adorava Dio tre volte al giorno.
Lo stesso Signore Nostro, che non aveva affatto bisogno di pregare, per darcene l’esempio, trascorreva spesso intere notti in preghiera, in ginocchio, e, molto più spesso, con la faccia a terra, come fece nel giardino degli ulivi.
Ci sono stati centinaia di santi che hanno imitato Gesù Cristo nel suo modo di pregare.
San Giacomo adorava spesso Dio, non soltanto in ginocchio, ma anche con la faccia a terra, tanto che la sua fronte, a forza di toccare la terra, era divenuta dura, come la pelle di un cammello (secondo una leggenda sull’apostolo Giacomo il Minore; n.d.a.)..
Vediamo, nella vita di san Barthèlemy, che egli era solito flettere le ginocchia cento volte di giorno, e altrettante volte di notte.
Se voi non potete, fratelli miei, adorare Dio così spesso, e in ginocchio, almeno, fatevi un dovere di farlo sera e mattina, e di tanto in tanto, durante il giorno, quando vi trovate da soli nella vostra casa, per dimostrare a Dio che lo amate e che lo riconoscete come vostro Creatore e vostro Conservatore.
Soprattutto, fratelli miei, dopo aver donato il nostro cuore a Dio, non appena svegli, sbarazzandoci di tutti quei pensieri che non hanno alcuna relazione con Lui, essendoci abbigliati con modestia, senza mai perdere di vista la Presenza di Dio, dobbiamo fare la nostra preghiera col maggior rispetto possibile, soffermandoci a lungo, se ci è possibile.
Bisogna stare molto attenti a non fare mai nulla, prima di avere svolto le proprie preghiere, come, ad esempio, rifarsi il letto, o qualche altro servizio di casa, mettere la pentola sul fuoco, radunare i propri domestici o i propri figli, far mangiare le bestie, ecc.; e neppure si deve mai comandare qualcosa ai propri figli o ai domestici, senza aspettare che abbiano prima fatto le loro preghiere.
Se lo faceste, voi diventereste i carnefici delle loro povere anime, e, nel caso lo abbiate già fatto, siete tenuti a confessarvene, e a non farlo mai più (meraviglioso esempio di famiglia - chiesa domestica, col suo galateo spirituale, prima che sociale, formale ed esteriore; n.d.a.).
Tenete bene a mente, che è al mattino che il buon Dio ci prepara tutte le grazie che ci sono necessarie per trascorrere santamente la giornata.
Perciò, se facciamo male le nostre preghiere, o se non le facciamo proprio, noi perdiamo tutte le grazie che il buon Dio ci aveva destinate, per rendere meritorie le nostre azioni (qualunque azione del cristiano, acquista il suo valore dalla motivazione spirituale che la ispira e la anima, altrimenti, sarebbe solo un’azione umana, senza valore meritorio, agli occhi di Dio; n.d.a.).
Il demonio sa bene quanto sia vantaggioso per un cristiano, fare bene la propria preghiera, e non tralascia nessun mezzo che ci induca a farla male, o ad ometterla del tutto.
Diceva un giorno, per bocca di un posseduto che, se egli potesse avere il primo momento della giornata, era certo che avrebbe avuto tutto il tempo restante (altro esempio di “catechesi demoniaca”, che il santo curato, potente esorcista, apprendeva dalla bocca degli indemoniati esorcizzati, presumibilmente, da lui stesso; n.d.a.).
Per fare la vostra preghiera come si deve, occorre prendere dell’acqua benedetta, per allontanare da voi il demonio, e fare il segno della croce, dicendo: «Mio Dio, per quest’acqua benedetta e per il Sangue prezioso di Gesù Cristo tuo Figlio, lavami, purificami da tutti i miei peccati».
Dobbiamo persuaderci che se lo facciamo con fede, noi cancelleremo tutti i nostri peccati veniali, supponendo di non averne di mortali.
O mio Dio! un cristiano, potrebbe mai commettere un peccato mortale, che gli rapisce il Cielo, e lo separa dal suo Dio per tutta l’eternità?...
O mio Dio! quale disgrazia e, tuttavia, così poco riconosciuta dal peccatore!
Io dico che dobbiamo fare la nostra preghiera in ginocchio, e non adagiati su una sedia o sprofondati su un letto, nè davanti al focolare; è concesso solo appoggiare le mani sul dorso di una sedia (sebbene la postura durante la preghiera possa sembrare un dettaglio superfluo, tuttavia tutte le tradizioni spirituali, anche non cristiane, le attribuiscono una notevole importanza; n.d.a.).
Bisogna iniziare la preghiera con un atto di fede, il più vivo possibile, penetrandoci profondamente del senso della Presenza di Dio, cioè della maestà di un Dio tanto buono, che vuole tollerarci alla sua santa Presenza, noi, che già da troppo tempo avremmo meritato di essere inabissati nell’inferno.
Bisogna fare molta attenzione a non distrarsi, nè disturbare quelli che stanno pregando insieme a noi, a meno che non sia assolutamente necessario, perchè, se saranno costretti ad occuparsi di noi e di ciò che diciamo loro, essi faranno male la loro preghiera, e noi ne saremo la causa.
Se ora mi chiedete anche, come bisogna fare per adorare, ossia, per pregare Dio continuamente, dal momento che non si può restare in ginocchio per tutta la giornata, vi risponderò che non vi è niente di più facile.
Ascoltatemi un istante, e vi accorgerete che si può adorare Dio e pregarlo, senza lasciare il proprio lavoro, in quattro modi diversi, ma ciò presuppone che, prima, si sia fatta la propria preghiera in ginocchio.
Dicevo quindi, in quattro maniere: con il pensiero, con il desiderio, con le parole, con le azioni (il curato affronterà ora il classico tema, dibattuto in ogni epoca, della possibilità della “preghiera incessante”, di cui si parla in alcuni passi del Nuovo Testamento; n.d.a.).
Ho detto, anzitutto, col pensiero.
Quando si ama qualcuno, non si prova forse un certo piacere nel pensare a lui? Ebbene! fratelli miei, chi ci impedisce di pensare a Dio, durante la giornata, pensando, a volte, alle sofferenze che Gesù Cristo ha sopportato per noi, a quanto egli ci ami, quanto desideri renderci felici, poichè ha voluto morire per noi; a quanto è stato buono a farci nascere nel seno della Chiesa cattolica, dove troviamo tanti mezzi per essere felici, cioè per salvarci, mentre tanti altri non hanno avuto questa fortuna.
Di tanto in tanto, nel corso della giornata, rivolgiamo i nostri pensieri e i nostri desideri verso il Cielo, per contemplare in anticipo i beni e la felicità che il buon Dio ci prepara, dopo un breve combattimento.
Questo solo pensiero, fratelli miei, che un giorno andremo a vedere il buon Dio, e che saremo liberati da ogni sorta di pene, non dovrebbe consolarci, nelle nostre croci?
Se siamo carichi di qualche fardello, pensiamo subito che siamo alla sequela di Gesù Cristo, che portava la croce per amore nostro, e uniamo le nostre sofferenze e le nostre pene, a quelle di questo divino Salvatore.
Siamo nella povertà? portiamo il nostro pensiero al presepe: guardiamo e contempliamo il nostro amabile Gesù, adagiato su un pugno di paglia, senza alcun conforto umano.
E, se volete, guardatelo ancora, mentre muore sulla croce, spogliato perfino delle sue vesti.
Siamo stati calunniati? pensiamo, fratelli miei, alle bestemmie che sono state vomitate contro di Lui durante la sua passione, Lui che era la santità in persona.
Di tanto in tanto, durante la giornata, facciamo pronunciare al nostro cuore, queste dolci parole:
«Mio Dio, io ti amo e ti adoro con tutti i tuoi santi angeli e con tutti i santi che sono in Cielo».
Nostro Signore disse un giorno a santa Caterina da Siena:«Io voglio che tu costruisca una cella nel tuo cuore, e che tu ti rinchiuda in essa, e che mi tenga compagnia».
Quale bontà, fratelli miei, da parte di questo buon Salvatore, per provare piacere nel conversare con una fragile creatura! Ebbene! fratelli miei, facciamo lo stesso, intratteniamoci con il buon Dio, col nostro amabile Gesù, che abita, con la sua Grazia, nel nostro cuore.
Adoriamolo, offrendogli il nostro cuore, amiamolo, donandoci totalmente a Lui.
Non trascorriamo nemmeno un solo giorno, senza ringraziarlo di tutte le grazie che ci ha accordato nella nostra vita; chiediamogli perdono per i nostri peccati, pregandolo di non ricordarli più, ma di dimenticarli per l’eternità.
Chiediamogli la grazia di pensare solo a Lui, e di non desiderare nient’altro che piacergli, in tutto ciò che faremo durante tutta la nostra vita.
«Mio Dio, dovremo dirgli, io desidero amarti tanto, quanto gli angeli e i santi messi insieme.
Io voglio unire il mio amore a quello che la tua santa Madre ha nutrito per Te, mentre era sulla terra.
Mio Dio! quando potrò avere la felicità di poter venire a vederti un giorno nel Cielo, per poterti amare più perfettamente?».
Se ci troviamo da soli in casa, chi ci impedisce di metterci in ginocchio?
Non faremo altro che dire: «Mio Dio, voglio amarti con tutto il mio cuore, con ogni suo movimento, con ogni pensiero e ogni desiderio; quanto mi pesa il tempo che ancora mi resta, prima di poterti vedere in Cielo!».
Avete visto, fratelli miei, com’è facile intrattenersi con il buon Dio e pregarlo incessantemente?
Ecco, fratelli miei, che cosa significhi pregare per tutta la giornata.
(Come si vede, e come si vedrà in seguito, il santo curato ha un modo tutto suo, molto pratico, pragmatico e concreto, di risolvere il problema secolare della “preghiera incessante” (Luca 18,1; 21,36; Efesini 6,18; 1 Tessalonicesi 5,17), senza cadere in vuote e snervanti speculazioni, come era successo non poche volte nella storia della spiritualità, e senza ricorrere a formule artificiose, come nell’esicasmo, con la sua “preghiera del cuore”, che, con tutto il rispetto, ci sembra che somigli più a una formula magica ed ossessiva, che ad una preghiera libera e spontanea; n.d.a.).
In secondo luogo, noi adoriamo Dio incessantemente, se nutriamo un continuo desiderio del Cielo.
D’altronde, come non desiderare di possedere Dio, di vederlo, dal momento che è in ciò tutta la nostra felicità?...
In terzo luogo, diciamo che dobbiamo pregare con le parole.
Quando amiamo qualcuno, non abbiamo forse un grande desiderio di intrattenerci con lui, e di parlargli?
Ebbene! fratelli miei, invece di sparlare sulla condotta dell’uno o dell’altro, cosa che quasi mai è esente dall’offesa verso il buon Dio, chi ci impedisce di deviare la nostra conversazione verso le cose di Dio, sia leggendo la vita di qualche santo, sia raccontando ciò che abbiamo ascoltato in una istruzione o in una catechesi?
Intratteniamoci soprattutto intorno alla nostra santa religione, sulla felicità che ci deriva dalla religione cristiana, sulle grazie che il buon Dio ci dispensa attraverso di essa.
Ahimè! fratelli miei, se a volte basta una cattiva conversazione, per far perdere una persona, spesso ne è sufficiente una sola per convertirla, o per farle evitare il peccato.
Quante volte, dopo essere stati con qualcuno che ci ha parlato del buon Dio, ci siamo sentiti trasportati verso di Lui, e abbiamo pensato di migliorare?...
Ecco ciò che facevano tanti santi, agli inizi della Chiesa: tutte le conversazioni, tutti i discorsi, riguardavano il buon Dio.
Per mezzo di ciò, i cristiani si animavano gli uni gli altri, e concepivano, ogni giorno, un gusto nuovo, verso le cose di Dio!
In quarto luogo, abbiamo detto che dobbiamo adorare Dio per mezzo delle nostre azioni (si ricordi che, nei quattro punti, il santo sta parlando dei vari modi per attuare la “preghiera ininterrotta”; n.d.a.).
Non vi è nulla di più facile e di più meritorio.
Se desiderate conoscere come questo si attui, ora ve lo dirò.
Affinchè le nostre azioni siano meritorie, e divengano una continua preghiera, noi dobbiamo, come prima cosa, al mattino, offrire tutte le nostre azioni, in generale, e cioè tutto quello che faremo durante la giornata (la frase, inflazionata, che “tutto è preghiera”, è pura illusione, se prima non si prega: la preghiera “in senso lato”, cioè la vita, non può esistere senza la preghiera “in senso stretto”, quella fatta in ginocchio e in maniera diretta; n.d.a.).
Prima di iniziare la giornata, dobbiamo dire al buon Dio: «Mio Dio, ti offro tutti i pensieri, i desideri, le parole e le azioni che farò durante il giorno; fammi la grazia di compierle bene, e nell’intenzione esclusiva di piacerti».
In seguito, di tanto in tanto, nel corso della giornata, rinnoviamo la nostra offerta, dicendo a Dio: «Lo sai, mio Dio, lo sai che ti ho promesso, fin dal mattino, di fare tutto per amor tuo».
Se facciamo qualche elemosina, indirizziamo bene la nostra intenzione, dicendo: «Mio Dio, ricevi quest’elemosina, o questo servizio che sto per rendere al mio prossimo; lo faccio per chiederti la tale grazia» (non vi è nulla di utilitaristico in questa richiesta, come si vedrà; inoltre il curato non ha mai nascosto il desiderio del contraccambio, che, in sostanza, è sempre Dio stesso; e, infine, le formule verbali, suggerite dal santo, sono solo un esempio, ma può essere sufficiente concepire interiormente la rispettiva intenzione; n.d.a.).
Una volta farete la buona azione, in onore della morte e passione di Gesù Cristo, per ottenere la vostra conversione o quella dei vostri figli, dei vostri domestici, o di altre persone che vi stanno a cuore.
Un’altra volta, lo farete in onore della Vergine santissima, per chiederle la sua santa protezione, sia per voi che per gli altri.
Se ci verrà comandato qualcosa che ci ripugna, diciamo al buon Dio: «Mio Dio, ti offro questa cosa, per onorare il momento in cui ti hanno fatto morire per me».
Stiamo facendo qualcosa che ci affatica oltremodo?
Offriamola al buon Dio, affinchè ci liberi dalle pene dell’altra vita (si intende: il Purgatorio; n.d.a.).
Se stiamo facendo un momento di pausa, guardiamo il cielo, che, un giorno, sarà la nostra dimora.
Vedete, fratelli miei, come, se avremo la fortuna di comportarci nel modo suddetto, potremo guadagnarci facilmente il cielo, senza fare nulla di speciale, ma soltanto facendo ciò facciamo, unicamente per Dio, nell’intenzione esclusiva di piacergli.
San Giovanni Crisostomo ci dice che tre cose attirano l’amore: la bellezza, la bontà, e lo stesso amore.
«Ebbene! ci dice questo grande santo, il buon Dio racchiude in sè tutte queste qualità!».
Leggiamo nella vita di santa Ludwina, che, avvertendo dei dolori fortissimi, un angelo le apparve, per consolarla. Ella stessa ci dice che la sua bellezza le parve così grande e ne fu così rapita, che dimenticò completamente le sue sofferenze.
Valeriano (imperatore romano), avendo visto l’angelo che custodiva la purezza di santa Cecilia, fu talmente affascinato dalla sua bellezza, e il suo cuore ne fu talmente commosso, che, sebbene fosse pagano, si convertì all’istante.
San Giovanni, il discepolo prediletto, ci dice che vide un angelo di una bellezza così grande, che voleva adorarlo, ma l’angelo gli disse: «Non farlo, io sono solo un servitore, come te».
Allorchè Mosè chiese al Signore la grazia di fargli vedere il suo Volto, il Signore gli disse: «Mosè, è impossibile ad un uomo mortale, vedere il mio Volto e non morire; la mia Bellezza è così grande che, qualunque persona mi veda, non può continuare a vivere: è necessario che la sua anima esca dal corpo, per la sola vista della mia Bellezza».
Santa Teresa ci dice che Gesù Cristo le era apparso spesso, e che nessun uomo, mai, potrebbe farsi un’idea della magnificenza della sua Bellezza, tanto essa è al di sopra di qualunque cosa che possiamo pensare.
Ditemi, fratelli miei, se avessimo la fortuna di farci un’idea della Bellezza di Dio, potremmo mai non amarlo?
Oh! come siamo ciechi! Ahimè! è perchè noi pensiamo solo alla terra e alle cose create, e non alle cose di Dio, che potrebbero farci elevare fino a Lui, che potrebbero mostrarci qualcosa delle sue perfezioni, e che potrebbero commuovere i nostri cuori.
Ascoltate sant’Agostino: «O Bellezza antica e sempre nuova! ti ho amato troppo tardi!».
Egli chiama “antica” la Bellezza di Dio, perchè esiste da tutta l’eternità, e la chiama “sempre nuova”,perchè più la si guarda, più la si trova bella.
Perchè, fratelli miei, gli angeli e i santi, non si stancano mai di amare Dio e di contemplarlo?
E’ perchè, fratelli miei, essi provano un gusto sempre nuovo, e un nuovo piacere.
E perchè, fratelli miei, non facciamo anche noi la stessa cosa, sulla terra, dal momento che lo possiamo?
Ah! fratelli miei, in tal caso, quale vita felice potremmo trascorrere, in preparazione alla vita del Cielo!
Leggiamo nella vita di san Domenico, che aveva rinnegato se stesso così completamente, che non poteva pensare, nè desiderare, nè amare nessun altra cosa se non Dio solo.
Dopo aver trascorso l’intera giornata nel tentativo di accendere nei cuori il fuoco dell’amore divino, per mezzo delle sue prediche, la notte volava con lo spirito in cielo, per mezzo della sua contemplazione e i suoi colloqui col suo Dio.
Erano queste tutte le sue occupazioni.
Nei suoi viaggi, egli pensava unicamente a Dio; niente era capace di distrarlo da questo felice pensiero: che Dio era buono, amabile, e che meritava senz’altro di essere amato.
Egli non riusciva a capire come potessero esistere sulla terra degli uomini che potessero non amare il buon Dio, dato che era tanto amabile.
Egli versava torrenti di lacrime sull’infelicità di coloro che non volevano amare un Dio così buono e così degno di essere amato.
Un giorno degli eretici, avendo cercato il mezzo per farlo morire, mentre il buon Dio lo aveva salvato con un miracolo, uno di loro (“anacoluto” sintattico, non raro nelle omelie; n.d.a.), gli chiese che cosa avrebbe fatto se fosse caduto nelle loro mani.
Quello rispose: «Io sento un desiderio così grande di amare il buon Dio, e vorrei tanto soffrire e morire per Lui, che vi avrei pregato di uccidermi, ma non con un colpo solo, ma di tagliare le mie membra a pezzettini, e dopo, di strapparmi la lingua e gli occhi, uno dopo l’altro, e dopo aver rotolato il mio corpo nel mio stesso sangue, di tagliarmi la testa.
E vorrei che tutti gli uomini si trovassero nelle mie stesse disposizioni, perchè Dio è così bello e così buono, che non si potrà mai fare qualcosa che si avvicini a ciò che Egli merita».
Ebbene! fratelli miei, non è forse amare Dio, il trovarsi in questa bella disposizione?
Non è forse amarlo veramente con tutto il cuore, e più di se stessi?
(L’esempio raccapricciante, da racconto horror, portato dal santo, non è affato un caso isolato, nella vita dei santi: si pensi a Ignazio di Antiochia, che sognava di venire stritolato dai leoni, per diventare frumento di Cristo, o, riguardo al desiderio spasmodico di unirsi con Dio nel cielo, si pensi a padre Pio, che supplicava a calde lacrime le sue figlie spirituali di ottenergli la grazia di morire, perchè proprio non ce la faceva più a vivere su questa terra, bruciato dall’amore per Gesù; niente di masochistico, ma è la semplice differenza tra il fervore dei santi e la nostra tiepidezza; n.,d.a.).
Ditemi, fratelli miei, lo amiamo noi come questo santo, noi che sembriamo quasi provare piacere nell’offenderlo, noi che non vogliamo fare nemmeno il più piccolo sacrificio, per evitare il peccato?
Ditemi, fratelli miei, amiamo noi il buon Dio, trascurando le nostre preghiere, o facendole senza rispetto e senza devozione?
Noi che neppure, a volte, ci mettiamo in ginocchio?
Amiamo noi il buon Dio, fratelli miei, quando non diamo neppure il tempo di pregare il buon Dio, ai nostri domestici o ai nostri figli?
Amiamo noi il buon Dio, fratelli miei, allorchè mangiamo carne nei giorni proibiti?
Ditemi, fratelli miei, amiamo noi il buon Dio, quando lavoriamo nel santo giorno di domenica?
Amiamo il buon Dio, quando entriamo in chiesa senza rispetto, o quando vi dormiamo, chiacchieriamo, o voltiamo la testa qua e là, o quando usciamo dalla chiesa, nel bel mezzo degli uffici liturgici?
Ahimè! fratelli miei, diciamolo gemendo: siamo degli adoratori fantasmi!
Ahimè! quanti cristiani che sono cristiani solo di nome!
In terzo luogo, noi affermiamo che dobbiamo amare il buon Dio, perchè è infinitamente buono.
Quando Mosè chiese al Signore di fargli vedere il suo Volto, Egli gli rispose: «Mosè, se ti facessi vedere il mio Volto, ti mostrerei la sintesi e l’insieme di tutti i beni» (rielaborazione “vianneyana” di Esodo 33,18-20; n.d.a.).
Leggiamo nel Vangelo che una donna, prostratasi davanti al Nostro Signore, lo chiamò: «Buon Maestro».
Nostro Signore le rispose: «Perchè mi chiami Maestro buono? Soltanto Dio è buono», volendoci suggerire che Egli è la sorgente di tutti i beni (ennesima svista del santo: non fu una donna a rivolgere a Gesù quella domanda, ma “un tale”, secondo Matteo 19,16-17; il nostro curato, stanchissimo per le notti trascorse al confessionale, e che non disponeva certo di una concordanza biblica, magari elettronica, non faceva molto caso a certi dettagli; n.d.a.).
Santa Maddalena de’ Pazzi, ci dice che voleva avere abbastanza forza per farsi ascoltare dai quattro angoli del mondo, per poter gridare a tutti gli uomini di amare il loro Dio, con tutto il cuore, perchè è infinitamente amabile.
Leggiamo nella vita di san Giacomo, religioso di san Domenico, che se ne andava nelle campagne e nei boschi, gridando con tutte le sue forze:
«O cielo! e tu terra! voi, insieme a tutte le creature, amate il buon Dio, perchè è infinitamente degno di essere amato!
O mio Salvatore! se gli uomini sono così ingrati, da non amarti, o voi tutte creature, amate il vostro Creatore, perchè è tanto buono e amabile» (altro “anacoluto”, dovuto alla foga oratoria...n.d.a.).
Ah! fratelli miei, se potessimo comprendere per una sola volta, come si diventa felici, se si ama il buon Dio, noi piangeremmo notte e giorno, per essere rimasti per sì lungo tempo privati di questa felicità!...
Ahimè! quanto è miserabile l’uomo! un semplice atto di rispetto umano, un piccolo “che ne penserà la gente?”, gli può impedire di mostrare ai suoi fratelli che egli ama il suo Dio!...
O mio Dio! chi lo potrà comprendere?...
(L’insistenza del santo sul tema dell’amore di Dio, potrà sembrare un po’ petulante, ma era proprio qui tutto il suo mondo; n.d.a.).
Leggiamo nella storia che, mentre torturavano san Policarpo, i suoi carnefici gli chiedevano:
«Perchè voi non adorate gli idoli?»,
«E’ perchè, rispose, non lo potrei proprio, perchè adoro un solo Dio, Creatore del cielo e della terra»,
«Ma, gli faceva notare i carnefici, se voi non fate quello che vi diciamo, noi vi facciamo morire»,
«Io acconsento volentieri a morire, rispondeva, ma non adorerò mai il demonio»,
«Ma che male ci trovate a dire: “Cesare è il Signore”, e a sacrificare, per salvare la vostra vita?»,
«Io non lo farò mai, preferisco morire»,
«Giura per la fortuna di Cesare, gli disse il giudice, e rivolgi ingiurie a Gesù Cristo»;
il santo rispose: «Come potrei rivolgere delle ingiurie al mio Dio? E’ da ottant’anni che lo servo, ed Egli non mi ha fatto altro che bene».
Il popolo, inferocito nell’ascoltare come rispondeva al giudice, gridò:
«E’ lui il dottore dell’Asia, il padre dei cristiani: mettilo nelle nostre mani!»,
«Ascolta, o giudice, disse il santo vescovo, ecco la mia religione: io sono cristiano, accetto di soffrire, di morire e non rivolgerò mai delle ingiurie al mio Salvatore, Gesù Cristo, che mi ha tanto amato, e che merita tanto di essere riamato!»,
«Se non vuoi obbedire, gli disse il giudice, ti farò bruciare vivo!»,
«Il fuoco con cui mi minacci, non dura che un momento, ma non conosci il fuoco della Giustizia di Dio, che brucerà eternamente gli empi. Che altro aspetti? Ecco il mio corpo, pronto a ricevere tutte le torture che vorrai inventarti».
Allora, tutti i pagani si misero a gridare:
«Costui merita la morte, che sia bruciato vivo!».
Ahimè! tutti quei disgraziati preparano il rogo, come dei disperati, e, durante quel tempo, san Policarpo si prepara alla morte, e ringrazia Gesù Cristo, di farlo partecipare al suo calice.
Quando il rogo fu pronto, presero il nostro santo e ve lo gettarono dentro; ma le fiamme, meno crudeli dei carnefici, rispettarono il nostro santo e fecero attorno a lui come una siepe, in modo che il suo corpo non ne ricevette alcun danno; ciò che obbligò il persecutore, a farlo pugnalare in mezzo al rogo.
Il sangue colava con tale abbondanza, che il fuoco ne fu spento del tutto.
Ecco, fratelli miei, ciò che si definisce amare il buon Dio perfettamente: significa amarlo più della nostra stessa vita.
Ahimè! dove potremmo trovare dei cristiani, nel secolo disgraziato nel quale viviamo, che siano pronti a fare per il loro Dio una tale cosa?
Ahimè! sarebbero un’ottima semente!
Ma, purtroppo, ce ne sono ben pochi che andranno in Cielo!
(Alla domanda del santo curato: “dove potremmo trovare dei cristiani, disposti a subire il martirio, come san Policarpo, per testimoniare la loro fede in Gesù”, noi, cristiani del ventunesimo secolo, emancipati, o forse, evoluti in una nuova, darwiniana, specie di credenti, potremmo rispondere più o meno così:
“Dio, come suggerisce l’ecumenismo interreligioso di ultima generazione, è uno solo, e le varie religioni sono tutte valide, come tante strade diverse che “portano a Roma”; dunque, non c’è più nessun bisogno di morire per il Dio di Gesù Cristo, dal momento che tutti gli “dei”, sostanzialmente, si equivalgono.
E, in tal modo, si spegne lo slancio missionario e si sconfessa il sangue di tanti martiri, che, come Policarpo, ritenevano “demoni” e non divinità, gli dei delle nazioni, in perfetta linea con le osservazioni della Sacra Scrittura: Deuteronomio 32,17; Baruch 4,6-7; 1 Corinzi 10,20! n.d.a.).
Dobbiamo amare il buon Dio, a causa dei beni che riceviamo da Lui continuamente.
Il primo beneficio ricevuto, è stata la nostra creazione.
Abbiamo la fortuna di essere stati dotati di tante belle qualità: un corpo e un’anima formati dalla mano dell’Onnipotente; un’anima che non deve mai morire, che è destinata ad andare a trascorrere l’eternità con gli angeli, nel cielo; un’anima, dico, che è capace di conoscere Dio, di amarlo e di servirlo; un’anima che è il capolavoro più bello della Santissima Trinità, un’anima a cui solo Dio è superiore.
Infatti, tutte le creature che sono sulla terra, periranno, mentre la nostra anima non verrà mai distrutta.
O mio Dio! se fossimo, sia pure per un po’, penetrati dalla grandezza di tale beneficio, non trascorreremmo tutta la vita in azioni di grazie, per un dono così grande e così prezioso?
Un altro beneficio che non è da meno, fratelli miei, è il dono, che il Padre Eterno ci ha fatto, di suo Figlio, che ha sofferto e ha sopportato tanti tormenti, per riscattarci, dopo che ci eravamo venduti al demonio, per il peccato di Adamo.
Quale altro più grande beneficio poteva farci, oltre a quello di istituire una religione così santa e così consolante per tutti coloro che la conoscono, e che hanno la fortuna di praticarla?
Sant’Agostino dice: «Ah! bella religione! se ti si disprezza, è solo perchè non ti si conosce!».
«No, fratelli miei, ci dice san Paolo, voi non appartenete più a voi stessi, voi siete stati riscattati tutti, col Sangue di un Dio fatto uomo» (1 Corinzi 6,19-20).
«Figli miei, ci dice san Giovanni, quale onore per delle vili creature, essere state adottate come figli di Dio stesso, e come fratelli di Gesù Cristo! Quale carità, egli aggiunge, essere chiamati figli di Dio, ed esserlo realmente» (cfr. 1 Giovanni 3,1).
E pensare che, oltre a questa qualità così gloriosa, Egli ci promette anche il Cielo!
Esaminate ancora, se volete, tutti questi altri benefici particolari: ci ha fatti nascere da genitori cristiani, ci ha conservati in vita, nonostante fossimo suoi nemici; per tante volte ci ha perdonato i peccati, e ci ha prodigato tante grazie nel corso della vita.
In conseguenza di tutto ciò, fratelli miei, è mai possibile che non amiamo un Dio così buono e così benevolo?
O mio Dio! quale disgrazia è paragonabile a questa?
Leggiamo nella storia, che un uomo aveva estratto una spina dalla zampa di un leone; questo stesso leone fu preso, dopo qualche tempo, per essere messo, insieme agli altri, nella fossa dei leoni.
Quell’uomo che gli aveva estratto la spina, fu condannato ad essere divorato dai leoni, e, mentre era nella fossa per essere divorato, il leone lo riconobbe.
Ben lungi dal divorarlo, si gettò ai suoi piedi, e si lasciò divorare dagli altri leoni, per difendere il suo benefattore.
Ah! ingrati che siamo!
E’ mai possibile che trascorriamo la nostra vita, senza cercare il modo di mostrare al buon Dio quanto gli siamo riconoscenti per tutti i suoi benefici?
Comprendete, se lo potete, fratelli miei, quale sarà la nostra vergogna, un giorno, quando il buon Dio ci mostrerà che le bestie senza ragione, sono state più riconoscenti per i piccoli benefici che hanno ricevuto dagli uomini, mentre noi, ricolmi di tante grazie, di tante luci e di tanti beni, ben lungi dal ringraziarne Dio, non abbiamo fatto altro che offenderlo!
O mio Dio! quale disgrazia è paragonabile a questa?
Si racconta, nella vita di san Luigi, re di Francia, che essendo andato in Terra Santa, uno dei suoi cavalieri, che era andato a caccia (altro “anacoluto” del santo; n.d.a.), udì il gemito di un leone.
Essendosi avvicinato, vide il leone, circondato dalla coda di un grosso serpente, che cominciava a divorarlo.
Il cavaliere, trovò il modo di uccidere il serpente.
Il leone ne fu talmente riconoscente, che si mise a seguirlo, come un agnello che segue il suo pastore.
Siccome il cavaliere fu obbligato ad attraversare i mare, il leone, non potendo entrare nella nave, si mise a nuotare, seguendo il suo benefattore, fino a che non l’ebbe perso di vista nelle acque.
Quale esempio, fratelli miei! Una bestia, che perde la vita per testimoniare la sua riconoscenza al suo benefattore! mentre noi, ben lontani dal testimoniare la nostra al nostro Dio, non cessiamo di offenderlo, a causa del peccato che gli provoca tanti oltraggi!
San Paolo ci dice che colui che non ama Dio, non è degno di vivere (1 Corinzi 16,22!).
Infatti, o l’uomo si decide ad amare il suo Dio, oppure cesserà di vivere (allude alla morte eterna dell’inferno; n.d.a.).
Noi affermiamo che dobbiamo amare il buon Dio, perchè Egli ce lo comanda.
Sant’Agostino, parlando di questo comandamento si mette a gridare:
«O amabile comandamento! Mio Dio! chi sono io perchè Tu mi comandi di amarti?
Se io non ti amo, Tu mi minacci grandi miserie: ma è forse una piccola miseria, lo stesso fatto di non amarti?
E che! mio Dio! Tu mi comandi di amarti?
Ma non sei già infinitamente amabile?
Non è già troppo che Tu ci consenta di poterlo fare?
O quale felicità, per creature così miserabili come noi, poter amare un Dio tanto amabile!
Ah! grazia inestimabile! Quanto poco sei conosciuta!» (Sermone XLV).
Leggiamo nel Vangelo, che un dottore della Legge disse un giorno a Gesù: «Maestro, qual è il più grande di tutti i comandamenti?»;
Gesù Cristo gli rispose così: «Tu amerai il Signore, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, e con tutte le tue forze» (Matteo 22,36-38).
Sant’Agostino ci dice: «Se avrete la fortuna di amare il buon Dio, voi diverrete, in certo senso, simili a Lui; se amate la terra, diverrete terrestri, ma, se amate le cose del Cielo, diverrete interamente celesti».
O mio Dio! quale felicità poterti amare! poichè, amandoti, noi riceviamo ogni sorta di beni.
No, fratelli miei, non mostriamoci stupiti se tanti personaggi famosi del mondo, hanno abbandonato il tumulto del secolo, per andarsi a seppellire nelle foreste, o all’interno di quattro mura, per non fare altro, se non amare Dio (si riferisce ai padri del deserto; n.d.a.).
Guardate un san Paolo eremita, la cui unica occupazione, per ottant’anni, fu quella di pregare e amare il buon Dio, giorno e notte.
Guardate ancora un sant’Antonio, per il quale sembra che le notti non siano abbastanza lunghe, per lodare, nel silenzio, il suo Dio e il suo Salvatore, e che si dispiace che il sole arrivi così presto (ritirarsi in un eremo per dedicarsi esclusivamente alla preghiera, era stata, fin da bambino, la segreta aspirazione del santo curato, il quale, a tale scopo, più volte aveva tentato di fuggire dalla parrocchia, ma era stato sempre “ripescato” dai suoi;n.d.a.).
Amare il buon Dio, fratelli miei!
Ah! quale felicità, quando avremo la fortuna di comprenderlo!
Fino a quando, fratelli miei, avremo ripugnanza per compiere un’opera che dovrebbe costituire tutta la nostra fortuna in questo mondo, e la nostra felicità per l’eternità?...
Mio Dio! donaci la fede, e ti ameremo con tutto il nostro cuore (senza troppi giri di parole o false giustificazioni, il santo curato coglie nella mancanza di fede, l’origine di ogni tiepidezza; n.d.a.).
Io affermo che dobbiamo amare il buon Dio, a causa dei grandi benefici che riceviamo da Lui.
«Dio, ci dice san Giovanni, ama coloro che lo amano» (Giovanni 16,27).
Ditemi, fratelli miei, possiamo noi avere una felicità più grande di quella di essere amati da Dio stesso?
E così, fratelli miei, il buon Dio ci amerà, nella misura in cui noi ameremo Lui, e cioè, se noi lo amiamo molto, anch’Egli ci amerà molto: e questo dovrebbe spingerci ad amare il buon Dio più che possiamo, e con tutta la nostra capacità.
Questo amore sarà la misura della gloria di cui godremo in Paradiso: essa sarà proporzionata all’amore che noi avremo nutrito per Lui, durante la nostra vita.
Coloro che avranno amato di più il buon Dio, in questo mondo, godranno di una gloria più grande nel Cielo, e lo potranno amare di più.
La virtù della carità, infatti, ci accompagnerà per tutta l’eternità, e riceverà un grado maggiore nel Cielo (cfr. 1 Corinzi 13).
Oh! fratelli miei, quale fortuna aver amato il buon Dio durante la nostra vita!
Così potremo amarlo ancora di più nel Paradiso!
Sant’Antonio ci dice che non vi è nulla che il demonio tema tanto, di un’anima che ama il buon Dio, e che colui che ama il buon Dio, reca con sè il marchio della predestinazione, poichè non ci sono che i demoni e i dannati, che non amino il buon Dio (la predestinazione positiva, alla salvezza, è ammessa dalla chiesa, ma non quella negativa, alla dannazione; come questo si concili praticamente, resta un mistero della teologia cattolica...; cfr.Romani 8,29-30; Efesini 1,4-5.11!; n.d.a.).
Ahimè! fratelli miei, la più grande di tutte le sciagure è quella di non avere mai la gioia di amarlo.
O mio Dio! chi ci può mai pensare, e non morire di rimpianto?...
Leggiamo nella vita di santa Caterina da Genova, che essendo presente mentre veniva esorcizzato un indemoniato, ella le chiese come si chiamasse; «spirito senza amore di Dio», le rispose il demonio.
«Ma come mai, gli disse la santa, non hai amato il buon Dio, Lui che è così amabile?»;
«Oh! no, no, gridò quello»;
«Ah! non avrei mai credduto che esista una creatura che non ami il buon Dio», ribattè la santa, cadendo a terra come morta.
Quando fu ritornata in sè, siccome quello le chiedeva che cosa l’avesse fatta svenire, ella rispose che non avrebbe mai potuto credere che ci fosse una creatura che non amasse il buon Dio; questa cosa l’aveva talmente scossa che il cuore le era venuto meno.
Ma ditemi, fratelli miei, non aveva forse ragione, dal momemto che noi tutti siamo creati soltanto per questo?
Dal momento in cui cessiamo di amare il buon Dio, noi smettiamo di fare ciò che il buon Dio aveva predisposto per noi.
Infatti, fratelli miei, qual è la prima domanda che ci è stata fatta quando siamo venuti al catechismo, per istruirci intorno alla nostra religione?
«Chi vi ha creati e conservati fino al presente?».
E noi abbiamo risposto: «E’ stato Dio».
«E perchè?»
«Per conoscerlo, amarlo, servirlo e, per mezzo di ciò, per conseguire la vita eterna».
Sì, fratelli miei, la nostra unica occupazione sulla terra deve essere quella di amare il buon Dio, e cioè, di cominciare a fare quello che faremo per tutta l’eternità (affermazione tanto ovvia, quanto disattesa: la vita terrena non è altro che una palestra per allenarci ad amare Dio, in un breve lasso di tempo che, confronatato con l’eternità, scompare del tutto: ma bisogna crederci, come ci credeva il santo curato; n.d.a.).
Ma perchè noi dobbiamo amare il buon Dio?
Perchè, fratelli miei, tutta la nostra felicità è racchiusa, e non può essere diversamente, solo nell’amore di Dio.
Di modo che, fratelli miei, se noi non amassimo il buon Dio, resteremmo infelici per sempre; e se volessimo avere qualche consolazione e qualche lenimento nelle nostre pene, noi non li troveremo che nell’amore che nutriamo per Dio.
Se volete convincervene, andate a trovare coloro che sembrano i più felici, secondo il mondo: e constaterete che, se essi non amano il buon Dio, restano degli infelici.
Al contrario, se andate a trovare la persona più infelice agli occhi del mondo, e vi dice che ama Dio, vi accorgerete che è la persona più felice, sotto ogni punto di vista.
O mio Dio! aprite dunque gli occhi della vostra anima, e cercate la vostra felicità laddove è possibile trovarla!
Ma, mi direte voi, per concludere:
«Come dobbiamo amare il buon Dio?».
«Come bisogna amarlo, fratelli miei?».
Ascoltate san Bernardo: egli stesso ce lo insegnerà, dicendoci che dobbiamo amare Dio, senza misura: «Poichè Dio è infinitamente amabile, noi non potremmo mai amarlo come merita».
Ma Gesù Cristo stesso ci insegna in quale misura dobbiamo amarlo, dicendoci:
«Voi amerete il vostro Dio, con tutta la vostra anima, con tutto il vostro cuore, e con tutte le vostre forze. Vi imprimerete con forza questi pensieri nel vostro spirito, e insegnerete queste cose ai vostri figli» (in realtà il santo si riferisce non a una frase del Vangelo, ma a Deuteronomio 6,4 sgg; n.d.a.).
San Bernardo ci dice che, amare il buon Dio con tutto il cuore, significa amarlo coraggiosamente e con fervore: ossia, essere pronti a soffrire tutto ciò che il demonio e il mondo ci farà soffrire, pur di non cessare di amarlo (è il caso di dire che “amore”, fa rima con “dolore”; n.d.a.).
Amarlo con tutto il cuore, significa anche preferirlo ad ogni altra cosa, e non amare niente e nessuno, se non per amore di Lui.
Sant’Agostino diceva a Dio:
«Se il mio cuore, o mio Dio, fosse troppo grande per amare Te solo, allora potrei amare qualche altra cosa insieme a Te; ma siccome il mio cuore sarà sempre troppo piccolo per Te, poichè Tu sei infinitamente amabile, io non amerò mai nient’altro oltre Te!».
Dobbiamo amare il buon Dio, non soltanto “come noi stessi”, ma anche “più di noi stessi”, rimanendo costantemente nella determinazione di voler morire per Lui.
Dobbiamo dire che tutti i martiri, lo hanno veramente amato, poichè hanno preferito soffrire la perdita dei loro beni, il disprezzo, la prigione, le flagellazioni, i roghi, le forche, il ferro e il fuoco, e, infine tutto ciò che la rabbia dei tiranni si poteva inventare, pur di non offenderlo.
Si racconta nella storia dei martiri del Giappone, che, allorchè fu annunciato loro il Vangelo, e li si istruì sulla grandezza di Dio, sulla sua bontà e sul suo amore per gli uomini, e, soprattutto, quando furono annunciati ad essi i grandi misteri della nostra santa religione, e tutto ciò che il buon Dio aveva fatto per gli uomini: che era nato nella povertà, che aveva sofferto ed era morto per la nostra salvezza, quelli si misero a gridare:
«Oh! com’è buono! com’è buono il Dio dei cristiani! Oh! com’è amabile!».
Ma quando si diceva loro che questo medesimo Dio ci aveva dato un comandamento con il quale ci ordinava di amarlo, e che se non lo avessimo amato, Egli ci minacciava un castigo eterno, essi ne restavano così stupiti e così sorpresi, che non riuscivano a riprendersi.
«Ma come! esclamavano, che bisogno c’era di dare a degli uomini ragionevoli il precetto di amare un Dio, che ci ha tanto amati?...
Non dovrebbe essere la peggiore di tutte le disgrazie il non amarlo, e la più grande fra tutte le felicità, l’amarlo?» (quei santi si meravigliavano che Dio avesse avuto bisogno di formulare un precetto, per quello che doveva essere un bisogno spontaneo e naturale, per degli esseri ragionevoli; n.d.a.).
«Ma come! aggiungevano quelli, non dovrebbero i cristiani essere sempre ai piedi dell’altare, per adorare il loro Dio, penetrati da tanta bontà e tutti infuocati del suo amore?».
Quando poi si diceva loro che c’erano dei cristiani che, non soltanto non lo amavano, ma che trascorrevano quasi l’intera vita nell’offenderlo, essi urlavano indignati:
«O popolo ingrato! o popolo barbaro! è mai possibile che dei cristiani siano capaci di simili orrori? Ah! ma in quale terra maledetta abitano dunque questi uomini senza cuore e senza sentimenti?».
Ahimè! fratelli miei, se questi martiri riapparissero sulla terra ai nostri giorni, e si narrassero loro tutti gli oltraggi che i cristiani rivolgono a Dio, ad ogni istante, a un Dio così buono che non vuole e non cerca altro se non la loro eterna felicità, ahimè! fratelli miei, riuscirebbero a crederlo?
E’ ben triste pensarlo, fratelli miei: fino ad ora noi non abbiamo amato il buon Dio!...
Non solamente un buon cristiano deve amare il buon Dio con tutto il suo cuore, ma deve fare anche ogni sforzo, per farlo amare dagli altri uomini.
I padri e le madri, i padroni e le padrone, devono adoperare tutto il loro potere per farlo amare dai loro figli e dai loro domestici.
Oh! quale gran merito avranno un padre o una madre presso Dio, se tutti coloro che vivono insieme a loro, lo amano il più che sia possibile!
Oh! quante benedizioni il buon Dio spargerà su queste famiglie!...
Oh! quali beni, sia nel tempo che nell’eternità!...
Ma quali sono i segni dai quali riconosciamo se amiamo il buon Dio?
Eccoli, fratelli miei: se pensiamo spesso a Lui, se il nostro spirito se ne occupa spesso, se proviamo molto piacere e se amiamo sentir parlare di Lui nelle istruzioni catechistiche, e in tutto ciò che ci riconduce a Lui.
Se amiamo il buon Dio, fratelli miei, temeremo grandemente di offenderlo, ci manterremo sempre vigilanti, veglieremo su ogni movimento del nostro cuore, per paura di essere ingannati dal demonio.
Ma l’ultimo mezzo è quello di domandarglielo spesso, poichè il suo amore proviene dal Cielo (ultima ma non per importanza, è la preghiera per ottenere l’amore di Dio che è essenzialmente un dono: cfr.Romani 5,5; n.d.a.).
Dobbiamo rivolgervi il nostro pensiero durante la giornata, e perfino la notte, e quando ci svegliamo al mattino, provocando in noi atti di amore di Dio, con queste parole:
«Mio Dio, fammi la grazia di amarti tanto , quanto più mi sarà possibile amarti».
Dobbiamo avere una grande devozione alla santa Vergine che ha amato il buon Dio, Lei da sola, più di tutti i santi messi insieme.
Dobbiamo avere una grande devozione allo Spirito Santo, soprattutto alle nove del mattino.
Fu in quell’ora che lo Spirito Santo discese sugli apostoli, per infuocarli col suo amore.
A mezzogiorno, dobbiamo ricordarci del mistero dell’Incarnazione, nel quale il Figlio di Dio si è incarnato nel seno della beata Vergine Maria, chiedendogli di scendere nei nostri cuori, come discese nel seno della sua beata Madre.
Alle tre del pomeriggio, dobbiamo rappresentarci questo buono e amorevole Salvatore, che muore per meritarci un amore eterno.
In questo momento dobbiamo produrre un atto di contrizione, per testimoniargli il dispiacere che proviamo, per averlo offeso.
In conclusione, fratelli miei, visto che la nostra felicità non può trovarsi che nell’amore che avremo per Dio, noi dobbiamo temere fortemente il peccato, poichè esso solo ce lo può far perdere.
Avanti, fratelli miei!
Attingete quest’amore divino nei sacramenti che potete ricevere!
Accostatevi alla Tavola santa con grande timore e con grande fiducia, perchè Egli è il nostro Dio, il nostro Salvatore e il nostro Padre, che non vuole altro che la nostra felicità!
Ed è questa che io vi auguro...