
Sermone sull’Estrema Unzione
(Salmo 41,4)
Chi di noi, fratelli miei, potrebbe mai comprendere la grandezza della misericordia di Dio, la sua premura nel fornirci tutti i mezzi necessari per addolcire le nostre pene e per assicurarci il cielo?
Siamo malati? Egli vuole, questo tenero e amabile Salvatore, abbassarsi fino a venirci a visitare, a consolarci e ad aiutarci a soffrire, in modo da rendere le nostre sofferenze degne di una ricompensa eterna.
Vogliamo, fratelli miei, essere penetrati dalla grandezza del suo amore per noi?
Consideriamo la premura che egli ha di accompagnarci con la sua misericordia, tutti giorni e ad ogni istante della nostra vita.
Dal momento in cui entriamo nel mondo, Egli ci presenta il sacramento del Battesimo, per aprirci il cielo che il peccato di Adamo ci aveva chiuso, e, rendendoci la sua amicizia, ci fa partecipi di tutti i meriti della sua passione.
Abbiamo la disgrazia di perdere questa grazia preziosa?
Egli ci offre, per riparare a questa perdita, il sacramento della Penitenza, che possiamo ricevere tutte le volte che abbiamo peccato.
Ma Egli va ancora più lontano: per ravvivare in noi la fede, senza la quale non possiamo piacere a Dio, Egli ci dona, nel sacramento della Confermazione, il suo Santo Spirito, che ci illumina e ci guida in tutte le nostre azionu, in modo da renderle meritorie per il cielo.
Non contento di tutti questi doni, Egli vuole anche, per fortificarci nei nostri combattimenti, donarci il suo Corpo adorabile e il suo Sangue prezioso, per nutrire le nostre anime, e per farci gustare in anticipo la felicità dei santi.
Ecco dunque tutto quello che ci è necessario per conservare o riparare in noi la grazia di Dio.
Ma poichè il peccato di Adamo ci attira ogni sorta di miserie, e soprattutto il castigo di subire la morte, noi abbiamo bisogno, nei nostri ultimi momenti di vita, di un aiuto potente, per addolcire le nostre sofferenze, e renderle meritorie; per fortificarci contro gli attacchi del demonio, che, volendo perderci, raddoppia i suoi sforzi.
Abbiamo bisogno, voglio dire, di un aiuto straordinario, per rassicurarci contro i terrori della morte e i timori del Giudizio, il cui solo pensiero ha fatto tremare i più grandi santi.
Che cosa fa dunque il nostro amabile Salvatore?
Istituisce un sacramento che ci dona tutte le grazie e gli aiuti necessari, in quel terribile momento; un sacramento che ci fa considerare le nostre malattie, non come una punizione, ma come una grazia molto preziosa, e la morte, non come un castigo, ma come una grande ricompensa.
Le malattie, infatti, sono dei mezzi molto efficaci per farci soddisfare alla giustizia divina, e la morte, ci libera da tutte le nostre miserie, donandoci il possesso di ogni sorta di beni.
Ma per farvelo meglio comprendere, credo di dovervi mostrare:
1°- I vantaggi del sacramento dell’Estrema Unzione;
2°- le colpe che commettiamo in occasione di questo sacramento;
3°- le disposizioni che dobbiamo apportarvi.
Parlarvi del sacramento dell’Estrema Unzione, fratelli miei, è farvi ricordare che la nostra vita di quaggiù non è eterna, e che ben presto noi usciremo da questo mondo.
La nostra vita non è altro che un piccolo passaggio, nel quale noi siamo posti per combattere il demonio, il mondo e le nostre inclinazioni, al fine di assicurarci il cielo.
E’ come dire che i nostri corpi, che noi cerchiamo tanto di accontentare, e che temiamo tanto di far soffrire, saranno distrutti dalla violenza delle sofferenze, dalla potenza della morte, e che noi andremo a comparire davanti al nostro Giudice, per rendergli conto di tutto il bene e di tutto il male che avremo fatto, durante la nostra vita.
Dopo di ciò, «andremo a seppellirci nella casa della nostra eternità».
Ah! fratelli miei, come questo pensiero ci sarebbe salutare, se avessimo la fortuna di imprimerlo per bene nel nostro cuore!
Infatti, come potremmo mai commettere il peccato? come potremmo vivere nel peccato, se dicessimo a noi stessi: «Verrà un giorno che la malattia e la morte distruggeranno questo corpo; verrà un giorno che dovrò rendere conto di tutte le azioni della mia vita,e, dopo quel Giudizio, la mia dimora sarà o il cielo o l’inferno.
O mio Dio! come vivrebbe santamente colui che facesse di questo pensiero il suo pane quotidiano!...
Il sacramento dell’Estrema Unzione è stato istituito da Nostro Signore Gesù Cristo, per il sollievo spirituale e anche corporale dei poveri malati.
La nostra anima è sicura di trovarvi sempre la salvezza, se è ben preparata; e, allo stesso modo, il nostro corpo vi trova anche la salute, se questa può essere utile alla gloria di Dio e alla nostra salvezza.
San Giacomo ci dice: «Se qualcuno è malato, fate venire il ministro della Chiesa, che farà su di lui le unzioni, e il Signore cancellerà i suoi peccati, e gli renderà la salute del corpo» (Giacomo 5,14-15).
Perciò, non soltanto riceviamo la salvezza della nostra anima, e cioè, il perdono dei nostri peccati, ma anche una grazia di forza, per difenderci contro il demonio, che raddoppia i suoi attacchi in quegli ultimi momenti, sperando sempre di farci perdere prima della nostra morte.
Ancora di più, questo sacramento espande nelle nosre anime una dolce consolazione; esso ravviva la nostra fiducia in Dio, ce lo fa considerare non come un Giudice severo, ma come un buon Salvatore e un tenero Padre, che viene per consolarci, e ci incoraggia con la speranza della ricompensa che ci prepara nel cielo.
La malattia è una grazia molto preziosa: essa ci richiama a Dio, e ci fa rientrare in noi stessi; essa ci distacca dalla vita; ci fa considerare tutte le cose create, i beni, i piaceri e gli onori, come delle cose vili e spregevoli, non degne che il nostro cuore si attacchi ad esse.
Momenti prezioso, fratelli miei! E’ ordinariamente in questo tempo che noi ci poniamo sotto gli occhi tutta la nostra vita: voglio dire sia il bene che il male che abbiamo fatto.
Non è forse in quel momento, fratelli miei, che rimpiangiamo di non essere vissuti nell’amicizia di Dio?
Non è forse quando siamo distesi su quel letto di dolore che noi piangiamo i nostri peccati che forse, senza una lunga malattia, non avremmo mai pianto?
Non è forse in quel momento che prendiamo la risoluzione di cambiare vita, se Dio è abbastanza buono da renderci la salute?
Non è forse in quel tempo, che noi concepiamo un’avversione infinita per tutto ciò che ci porta al peccato, sia piaceri che cattive compagnie?
Non è forse in quel momento che cominciamo a pensare ai tormenti che la giustizia di Dio prepara ai peccatori?
Non è forse la malattia che ci fa riconciliare col nostro nemico? che ci fa restituire i beni che non ci appartengono?
Non è forse in quegli ultimi momenti che sperimentiamo quanto il buon Dio sia ricco di misericordia?
Non è allora che il pensiero del Giudizio ci fa tremare, al cospetto della nostra dannazione eterna?
Oh! fratelli miei, com’è vantaggiosa per un cristiano che ne sappia approfittare, una lunga malattia; essa infatti ci fornisce dei mezzi efficaci e potenti per ritornare a Dio, per rientrare in noi stessi, e per soddisfare alla giustizia divina per i propri peccati.
Ahimè! quante anime sono all’inferno, e che sarebbero in cielo, se avessero avuto delle lunghe malattie!
Come vedranno, nel giorno del Giudizio, che le malattie hanno fatto guadagnare loro un gran numero di anni di Purgatorio!
La stessa morte è un grande beneficio di Dio, e un mezzo capace di riunirci a Lui; infatti, voler vivere molto equivale a voler prolungare le proprie miserie quaggiù.
Sant’Agostino ci dice: «Colui che teme la morte, non ama il buon Dio».
Infatti, se amiamo qualcuno, dobbiamo amare ciò che possa condurci a lui; di conseguenza, chi ama Dio non può temere la morte.
Ma non andiamo oltre, ma occupiamoci di ciò che riguarda direttamente l’Estrema Unzione, che è il sacramento dei morenti.
Questo sacramento è un segno visibile che produce in noi degli effetti invisibili.
I segni, sono le unzioni che il sacerdote fa sul malato con l’olio santo, benedetto dal vescovo, e le preghiere che li accompagnano.
Se non sapete perchè si dia a questo sacramento il nome di Estrema Unzione, ecco.
E’ perchè queste unzioni sono le ultime che si fanno su un cristiano.
Le prime si fanno quando riceviamo il Battesimo; le seconde, quando il vescovo ci conferisce la Confermazione, e le ultime, quando siamo malati.
Noi vediamo che Gesù Cristo, istituendo i sacramenti, ha scelto i segni più capaci di farci conoscere gli effetti che ciascun sacramento produce in noi.
Nel sacramento del Battesimo, noi riceviamo l’acqua, il cui effetto ordinario è quello di lavare qualcosa di sporco, per mostrarci che la grazia ricevuta in questo sacramento, purifica la nostra anima dai suoi peccati.
In quello dell’Eucaristia, riceviamo Gesù Cristo sotto le specie del pane e del vino, per farci conoscere che egli nutre le anime, come il pane e il vino nutrono i nostri corpi.
In quello dell’Estrema Unzione, noi riceviamo l’olio santo.
Ora, la proprietà dell’olio è quella di guarire le ferite, di addolcire le piaghe, di fortificare le membra; in più, l’olio delle olive è anche il simbolo della pace.
Voi sapete che Noè, dopo il diluvio, inviò una colomba per sapere se le acque si fossero ritirate dalla terra; essa gli portò un ramo di ulivo, per indicare che la collera di Dio si era placata, e che la pace era stata riportata sulla terra.
Ecco, precisamente, fratelli miei, gli effetti che produce il sacramento dell’Estrema Unzione in colui che lo riceve con delle buone disposizioni, dopo essersi ben preparato col sacramento della Penitenza.
E’ vero che con il sacramento della Penitenza, tutti i peccati ci vengono già perdonati; ma il sacramento dell’Estrema Unzione finisce di purificarci da tutti i nostri peccati veniali che possiamo aver commesso dopo quel tempo.
Ahimè! quante colpe, di cui questi poveri malati si rendono colpevoli!
Ora essi mormorano nelle loro sofferenze, ora non si sottomettono completamente alla Volontà di Dio; altre volte si occupano troppo degli affari temporali; un’altra volta saranno di cattivo umore contro quelli che ne hanno cura.
Ecco le colpe che un povero malato commette ordinariamente.
Esse sono leggere, è vero, ma finirebbero per condurli in Purgatorio per molti anni.
E’ per questo che i santi padri chiamano questo sacramento «il perfezionamento della Penitenza».
Vedete che esso ci procura una grazia molto preziosa, donandoci la felicità di andare a vedere Dio, subito dopo la nostra morte.
In più, ci fortifica contro le tentazioni del demonio, che in quel momento sono più forti e più frequenti.
Infatti, è principalmente nelle nostre malattie che il demonio, come ci dice san Pietro, gira intorno a noi per divorarci (1 Pietro 5,8), sia spingendoci alla disperazione, facendoci considerare i nostri peccati come troppo grandi per essere perdonati, e così farci perdere ogni speranza; sia anche con la presunzione, facendoci persuadere che non abbiamo nulla da temere, e che Dio non ci ha creati per farci dannare; con questa vana speranza, noi moriamo nei nostri peccati e saremo perduti (è la vana speranza che oggi vanno spacciando molti imbonitori delle folle, in cerca di popolarità; n.d.a.).
Questo sacramento, al contrario, ci fa tenere un giusto mezzo: ci dona un timore salutare, che facendoci emendare, non cessa di farci sperare nella misericordia di Dio, e ci incoraggia a usare tutti i mezzi che Dio ci ha dati per assicurarci la nostra salvezza.
Un altro bene che produce in noi questo sacramento, è quello di rassicurarci contro i terrori della morte.
Esso ce la fa vedere come un bene, perchè, separandoci dalla vita, ci conduce alla nostra vera Patria; allora noi la accettiamo in spirito di penitenza.
Se il timore del Giudizio da subire ci spaventa, questo sacramento ci rassicura, facendoci pensare che la vista del Sangue adorabile di Gesù Cristo, del quale siamo tutti ricoperti, è impossibile che il Padre Eterno non voglia riconoscerci come opera sua, come suoi figli, suoi figli e cristiani del suo Regno.
Questo sacramento fortifica anche il malato, gli fa sopportare le sue sofferenze con pazienza e rassegnazione alla Volontà di Dio; molto più, esso addolcisce i suoi dolori e questi gli sembrano meno violenti.
Sappiamo bene, è vero, che cosa sia la sofferenza; molti tra di noi hanno provato dolori molto violenti, ma nessuno di noi sa che cosa si soffra morendo.
In quel momento soprattutto, abbiamo bisogno che questo sacramento addolcisca i nostri mali.
Ascoltate san Giacomo: «Qualcuno è malato? faccia venire il ministro del Signore, e la preghiera della fede che egli farà su di lui lo solleverà».
Infatti quanti malati, dopo aver ricevuto questo sacramento, si sono sentiti meglio!
Ciò che ci rende la morte così spaventosa, è il fatto di dover andare a rendere conto della nostra povera vita, che forse non è stata altro che una catena di peccati.
Quanti sacrilegi! quante profanazioni del santo giorno di domenica! Quante volte abbiamo profanato il nostro spirito, il nostro cuore e il nostro corpo, con l’impurità?
E’ vero che abbiamo confessato tutto ciò, ma, mio Dio! vi abbiamo apportato sufficiente preparazione? abbiamo avuto una sufficiente contrizione?
O momento terribile, per un cristiano che non abbia pensato seriamente alla sua salvezza!
Ebbene! se riceviamo questo sacramento santamente, avremo una grande certezza che Dio ci perdonerà.
Sì, fratelli miei, allorchè vediamo venire il sacerdote per donarci questo sacramento, è come se vedessimo un angelo venire ad annunciarci che il cielo si sta riconciliando con noi, e che Gesù Cristo ci attende nella grandezza della sua misericordia.
Aggiungiamo ancora qualcosa di più consolante. In questo sacramento, Gesù Cristo discende veramente nelle nostre anime con la sua grazia, Egli viene a porvi la sua dimora, e a condurci Egli stesso in trionfo nel cielo; e così avviene a questo penitente ciò che accadde a quel penitente, la cui anima san Simone stilita vide trasportare in cielo dallo stesso Salvatore.
Quante volte, fratelli miei, vediamo dei malati che il pensiero della morte spaventava fino alla disperazione, e che hanno finito per dire, dopo aver ricevuto questo sacramento: «Non credevo che fosse così dolce e così consolante morire!».
Da tutto ciò, concludo che in questo sacramento, tutto è per noi una consolazione, poichè ci procura i beni più grandi, nel tempo e nell’eternità.
Sì, fratelli miei, questo deve spingerci a domandare al buon Dio, tutti i giorni della nostra vita, la grazia di ricevere questo sacramento prima di morire.
Lo so che non è assolutamente necessario per salvarsi, ma, se trascuriamo di riceverlo, ci renderemo colpevoli, ci priveremo di grandi grazie; sembreremmo, infatti, disprezzare i mezzi che il buon Dio ci offre, per aiutarci a operare la nostra salvezza.
Molto più, ci esporremmo grandemente a fare una cattiva morte, ciò che è la più grande di tutte le disgrazie.
Se mi chiedete in quale momento bisogna fare ricorso a questo sacramento, vi risponderò che è allorchè abbiamo una malattia che sembra volere condurci alla tomba.
Voi sapete che questo sacramento non può essere ricevuto che una sola volta, per la stessa malattia; ma tutte le volte che ritorniamo in salute, e che ricadiamo malati, possiamo riceverlo di nuovo.
Se ora mi domandate a quale età si possa ricevere questo sacramento, vi risponderò: da quando abbiamo raggiunto l’età della ragione, e cioè quando possiamo distinguere il bene dal male; e così, quando i vostri figli cominciano a distinguere il bene dal male, non bisogna mancare di farli confessare, affinchè siano pronti a ricevere questo sacramento.
Ora vi mostrero, grosso modo, le colpe con cui possiamo renderci colpevoli su questo punto.
Siamo colpevoli, allorchè abbiamo trascurato di domandare a Dio, durante la nostra vita, la grazia di ricevere questo sacramento nell’ora della nostra morte, o se lo abbiamo considerato come una cosa da poco.
Ahimè! fratelli miei, se posso osare, vi dirò che ci sono dei cristiani che, in tutta la loro vita, non hanno mai domandato al buon Dio questa grazia.
Noi siamo ancora colpevoli se non preghiamo per coloro ai quali lo si amministra; se trascuriamo di andare a trovarli, potendolo fare; se, trovandoci vicino ai malati, nascondiamo loro lo stato in cui versano; se distogliamo quelli che vorrebbero far venire il sacerdote, o se non lo abbiamo chiamato quando i malati lo reclamavano; se trascuriamo di istruirli su questo sacramento, di insegnare loro chi lo abbia istituito, gli effetti che produce in noi, perchè ci venga dato, e quali sono le disposizioni che vi dobbiamo apportare; infine, se non abbiamo pregato per questi poveri malati, mentre veniva amministrato loro questo sacramento.
Noi non possiamo accontentarci di assistervi, ma dobbiamo, finchè possiamo, sollecitare la misericordia di Dio per loro.
Coloro che li accudiscono devono, per quanto possibile, lavare loro i piedi e le mani con acqua tiepida, per rispetto verso il sacramento.
Se è una ragazza o una donna adulta, non bisogna dimenticarsi mai di mettere un fazzoletto sul loro collo; quei poveri malati non ci pensano!...
Ahimè! quanti padroni sono colpevoli mandando all’ospedale i loro domestici, mezzi moribondi; qualche volta questi muoiono durante il tragitto, oppure, arrivati in ospedale, ricevono questo sacramento senza piena consapevolezza, e di conseguenza senza frutto!
Quanti altri hanno dei poveri malati presso di sè, e li lasciano morire, senza avvertire il sacerdote della parrocchia?...
I padri e le madri, i padroni e le padrone, devono anche vedere se abbiano trascurato di istruire i loro figli e i loro domestici riguardo a questo sacramento, dal momento in cui sono nella possibilità di riceverlo; se trascurano ciò, essi saranno la causa per la quale i loro figli o i loro domestici lo profaneranno.
Mio Dio! dove sono quelli che adempiono bene i loro doveri?
Ahimè! quanto pochi ce n’è!...
Dovete anche esaminarvi se abbiate preso piacere ad ascoltare o a dire voi stessi certe parole empie: «Può partire, ormai i suoi stivali sono lucidati, oppure: è...» (traduzione congetturale: è difficile capire a quale detto popolare si riferisca, inoltre la frase è monca; n.d.a.).
In questo modo vi prendereste gioco delle cose sante.
Bisogna ancora vedere se voi non avete “accompagnato” il buon Dio per pura curiosità, piuttosto che per pregare vicino al malato.
Quanto ai malati, essi non devono mai aspettare questo momento per mettere ordine nei loro affari temporali; devono pensarci mentre sono in salute, affinchè, durante la malattia, si possano occupare soltanto della loro anima.
Non mancate mai di trattenervi delle messe; non fidatevi delle promesse dei vostri eredi; sapete ciò che si dice nel mondo, ed è molto vero: «Il ricordo dei morti se ne va col suono delle campane».
I santi, fratelli miei, consideravano un grande peccato lasciare morire una persona senza i sacramenti.
Vi sono alcuni che temono di spaventare i malati, e non osano parlare loro di ricevere i sacramenti; quale crudele amicizia!...
Si racconta nella storia che un povero padre, essendo in punto di morte, non aveva nessuno che gli parlasse di confessarsi; una ragazzina che tornava dal catechismo gli disse: «Padre mio, il medico dice che stai per morire; la mamma piange in camera sua, e nessuno ti invita a confessarti; il signor curato ci ha detto che sarebbe un grave peccato lasciar morire una persona senza sacramenti; vuoi che lo faccia venire?».
«Ah! figlia mia, le risponde il padre, vai subito a cercarlo; io non ci stavo pensando, sto soffrendo tanto!».
Il prete arrivò e il malato si confessò con ottime disposizioni.
Prima di morire, fece venire la figlioletta vicino a lui. dicendole: «Ah! figlia mia, quanto ti ringrazio! senza di te mi sarei dannato! non pensavo affatto di dovermi confessare».
Ahimè! quanti poveri malati muoiono senza sacramenti e si dannano, per colpa di quelli che li circondano, e che non hanno la carità di farli confessare!
Dobbiamo anche avere una grande devozione a santa Barbara, per domandare al buon Dio, con la sua protezione, di ricevere i nostri ultimi sacramenti (Questa santa era invocata contro la morte istantanea; n.d.a.).
Si racconta nella storia che un santo vescovo in esilio, non avendo nessuna possibilità di ricevere i sacramenti, vide venire questa vergine insieme agli angeli e...(il testo si interrompe; n.d.a.).
Inoltre non bisogna mai mancare, se il prete non ci pensa, di fargli applicare al malato le indulgenze plenarie, che rimettono tutte le pene che dovremmo subire in Purgatorio.
Ma quali sono le disposizioni che dobbiamo avere, per ricevere degnamente questo sacramento?
Ne ho trovate tre:
La prima, è essere in stato di grazia, la seconda, è la rassegnazione alla Volontà di Dio, la terza, soffrire la malattia con pazienza.
Anzitutto, dico che bisogna essere in stato di grazia, e cioè, essersi confessati; poichè, se si ricevesse questo sacramento con un peccato mortale sulla coscienza, si commeterebbe un orribile sacrilegio.
O mio Dio! che disgrazia!...
Se siete in stato di peccato, ma non riuscite più a parlare, dovete eccitarvi alla contrizione, e confessarvi con dei segni, per quanto vi sia possibile.
Ahimè! com’è difficile confessarsi bene in quel momento, quando si è trascurato di farlo quando si stava bene!...
Tuttavia non bisogna lasciarsi andare alla disperazione, per quanto si sia miserabili; anche se avessimo commesso gravi e numerosi peccati, dobbiamo sempre sperare nella bontà di Dio!
Bisogna far mettere un crocifisso davanti ai nostri occhi, affinchè guardandolo, vediamo la grandezza della misericordia di Dio verso i peccatori.
Quest’immagine farà nascere in noi una grande fiducia, pensando che la misericordia di Dio è infinitamente più grande dei nostri peccati, e che, sebbene molto peccatori, possiamo sperare di essere perdonati.
E’ vero che bisogna temere per tante grazie disprezzate e per tanti peccati commessi; ma bisogna pensare che Dio ha promesso che mai rifiuterà il perdono a colui che glielo domanderà come si deve.
Un’altra disposizione che deve avere il malato, è quella di sottomettersi completamente alla Volontà di Dio, e di non tormentarsi per la propria guarigione; bisogna che egli sappia che se la salute è necessaria alla salvezza della propria anima, il buon Dio lo guarirà.
E’ vero che non è proibito ricorrere al medico nè ai farmaci, poichè Dio ha istituito i medici e ha creato i rimedi.
Noi vediamo che lo stesso Gesù Cristo ha cercato qualche consolazione nelle sue pene, allorchè andò a trovare i suoi apostoli, dicendo loro: «La mia anima è triste fino alla morte» (Matteo 26,38); e quando era sulla croce disse anche: «Padre mio, perchè mi hai abbandonato?» (Matteo 27,46).
Non lo fece perchè aveva bisogno di aiuto, ma solo per mostrarci che non è proibito cercare qualche sollievo nelle nostre malattie, e qualche consolazione nelle nostre pene.
Ma, sull’esempio di Gesù Cristo, diciamo a Dio: «Mio Dio, che sia fatta sempre la tua santa Volontà, e non la mia» (Matteo 26,39).
Siamo sempre contenti: qualunque sia il modo in cui Dio agisce nei nostri confronti, siamo sicuri che la salvezza della nostra anima ne guadagnerà.
Tutto ci invita dunque a far ricevere gli ultimi sacramenti a coloro che sono nelle nostre case.
Anzitutto vi è una particolare benedizione che porta con sè Gesù Cristo, venendo qui.
Inoltre, non potremmo rendere un servizio più grande, e cioè fare un’opera più bella di carità, che fornire a un malato i mezzi per assicurarsi il cielo.
Infine, siamo sicuri che il buon Dio non ci rifiuterà la stessa grazia, quando saremo nell’ora della morte.
Non dobbiamo mai trascurare di fare venire un sacerdote; è meglio che il prete venga venti volte di troppo, che lasciar morire il vostro malato senza sacramenti.
D’altronde il prete ha sempre grande piacere a vedere un malato, e i malati, a loro volta, devono sentire la gioia per questa visita.
San Bernardo ci racconta che san Malachia, arcivescovo di Colonia, era stato chiamato da un malato.
Quando arrivò, gli dissero che il malato non era in pericolo, e che poteva aspettare fino a l’indomani, e perciò l’arcivescovo riprese il suo cammino.
Pochi istanti dopo, gli corrono dietro, dicendo che il malato era morto.
«Ah! povero me! gridò quello, è per colpa mia».
Ritorna da lui, sebbene fosse morto, si prostra con la faccia a terra, si effonde in lacrime abbondanti, e coinvolge tutti i presenti perchè preghino con lui.
«No, mio Dio, non avrò conforto, fino a che non avrai restituito la vita a questo morto! Raddoppiamo le lacrime, figli miei, diceva a quelli che erano con lui, forse il buon Dio si lascerà commuovere».
Dopo aver trascorso tutta la notte in preghiera, guarda il morto, e gli vede muovere gli occhi e le labbra.
«»Ah! amici miei, grida, il buon Dio gli rende la vita!
Egli allora gli amministra i sacramenti, e, non appena quello li ebbe ricevuti spirò.
Non vi è per noi uno spettacolo più salutare di vedere amministrare a un malato gli ultimi sacramenti.
Allorchè essendo in salute, sentiamo suonare la campanella del viatico, lasciamo per un istante la nostra opera, e andiamo a vedere ciò che saremo un giorno, e ciò che possiamo fare in questo momento della nostra vita.
Andiamo, fratelli miei, ad ascoltare questo povero malato che ci grida: «Ah! amici miei, venite in mio aiuto, domandate al buon Dio che voglia avere pietà di me; venite a vedere, sembra dirci, ciò che sarete anche voi un giorno».
Se quando vediamo amministrare i sacramenti a un malato facessimo queste riflessioni: «Sì, verrà un giorno che io sarò al posto di questo povero malato; quali saranno i miei pensieri in quel momento?
Che cosa penserò e che dirò dei miei piaceri, del mio attaccamento a quei beni che hanno fatto perdere tanta gente? Che cosa penserò delle mie vendette, delle mie ingiustizie e della mia ubriachezza?
Quale vita ho condotto, per andare a comparire davanti a un Dio che non mi farà grazia di un solo minuto, e che vorrà sapere come io lo abbia impiegato?».
Ahimè! momento spaventoso, che ha portato i più grandi santi fin quasi alla disperazione.
Ah! triste momento per un cristiano che abbia fatto il male!...
Quale spettacolo più capace di convertirci, di quello di un moribondo che sta per abbandonare questo mondo per sempre?...
Guardatelo per un istante, fratelli miei, guardate questi poveri occhi morenti e quasi spenti; egli sembra dirci: «Ah! amico mio, non aspettare di essere come me per fare il bene!...se Dio mi rendesse la salute, oh! come la mia vita sarebbe più cristiana di quanto lo sia stata finora!
Se il buon Dio mi ritira da questo mondo con questa malattia, che ne sarà di me?...poichè nella mia vita io non scorgo altro che male e quasi nessun bene.
Ah! pregate Dio che voglia perdonarmi».
Quando vediamo entrare il sacerdote nella camera di un morente, diciamo: «Quale sarà la sorte di questo malato? O il cielo o l’inferno! Mio Dio, com’è terribile questo momento!...
Sì, in questo momento il buon Dio o lo accoglierà nel suo seno, oppure lo vomiterà per sempre lontano dalla sua Presenza (cfr. Apocalisse 3,16).
Oh! che disgrazia, non essere vissuto che per scavarmi l’inferno!...».
Il sacerdote, prima di amministrargli i sacramenti, fa molte preghiere per implorare la misericordia di Dio sopra di lui; prende l’olio santo per fare le unzioni, e sembra dire: «Amico mio, approfitta bene del poco tempo che ti resta; se non ti riprenderai, quasta sarà l’ultima grazia che Dio ti accorda in questo mondo».
Egli implora le preghiere dei presenti, per domandare misericordia per il malato; poi gli fa le unzioni.
Comincia con gli occhi, come se gli dicesse: «Chiudi questi occhi che tante volte si sono aperti su degli oggetti impuri, e che hanno fatto perdere la tua anima; rifiutagli per un istante la luce, poichè ne hanno profittato così male».
«Mio Dio, dice il sacerdote, perdonagli tanti sguardi cattivi, e tante curiosità, per mezzo delle quali il peccato è entrato nella sua anima e gli ha dato la morte.
Mio Dio, perdonagli tutti i peccati che ha commesso col senso della vista».
Considerate, fratelli miei, questi occhi che in altri tempi erano ardenti per il male, il cui sguardo brillava di un fuoco impuro, guardateli, dico, sotto la mano del prete, la cui presenza lo scuote di terrore; guardate e considerate sotto la mano del ministro del Signore, la povera testa di questa giovane che si è presa tanta cura per abbigliarsi, che tante volte ha trascorso intere ore a prepararsi davanti allo specchio, che, in ogni maniera non cercava altro che di piacere e di attirarsi gli sguardi del mondo.
I suoi occhi, che altre volte accendevano le fiamme nel cuore del giovane libertino, eccoli ora che gettano lo spavento nell’anima di coloro che sono intorno.
Poi il sacerdote fa l’unzione alle orecchie.
Ahimè! guardate come gira e rigira questa testa traballante, che fu l’idolo del mondo, e che credeva di essere la sola ben fatta.
Queste orecchie altre volte ornate d’oro o di diamanti, di cui ella aveva tanta cura per farne brillare lo splendore ai raggi del sole.
Guardate questi capelli che il prete divarica, questi capelli che lei sistemava e arricciava tempo fa con tanta cura, eccoli tutti grondanti sudore di morte.
«Mio Dio, dice il ministro del Signore, perdona a questa povera morente tutti i peccati che ha commessi con le orecchie, per l’oro e i diamanti di cui si è tanto preoccupata, per abbellire questa testa di iniquità».
Lasciamo, fratelli miei questa testa ornata con tanto artificio; lasciamola, l’inferno sembra attenderla, e la morte pressarla.
Poi il sacerdote le fa l’unzione sul naso, quel naso che tante volte ha ricercato i buoni odori e che ora esala già odori di corruzione (i curatori del testo originale francese, notano che sia qui che nelle righe seguenti, hanno attenuato, censurato, alcune espressioni troppo forti del santo curato, che non aveva peli sulla lingua; n.d.a.).
Quindi il sacerdote le fa le unzioni sulle labbra, strumenti di tante voluttà, di tante maldicenze, di calunnie, di parole e di canzoni infami.
«Mio Dio, dice il prete, che questa bocca sia purificata da tutte le cattive parole pronunciate.
Fa’ a questa peccatrice la grazia di non ascoltare mai quelle parole folgoranti che ogni riprovato sentirà un giorno uscire dalla tua bocca: “Allontanati da me, maledetto, vai nel fuoco eterno!» (Matteo 25,41!).
Il sacerdote prende le sue mani, mani che hanno commesso tante iniquità, quelle povere mani che sono ora infradiciate dal sudore della morte!
«Mio Dio, perdona queste mani insozzate con tanti peccati!».
Poi il prete fa l’unzione sul petto, quel petto adornato con tanta cura, cura spesso rinnovata, sempre nella colpevole speranza di attirare gli occhi e di piacere al mondo; ecco il momento in cui il Signore sembra discendere in questo cuore, con la fiaccola in mano, per esaminare tutte le pieghe e i ripieghi (cfr. Sofonia 1,12).
«Mio Dio, dice il sacerdote, perdona a questa disgraziata tutti i peccati che ella ha commesso, per tutti i pensieri di orgoglio, di odio, di vendetta, per tutti i cattivi pensieri e i cattivi desideri che hanno corrotto questo povero cuore».
Infine, il sacerdote fa l’unzione ai piedi, quei piedi che altre volte erano attivi nel correre verso il male; quei piedi che l’hanno portata tante volte nei giochi, nelle danze e nei balli; eccoli ora, quasi legati nelle lenzuola, incapaci perfino di muoversi.
Ecco questo corpo ormai lanciato nelle braccia della morte...
Sì, considerate un momento, fratelli miei, il corpo di questa giovane figlia della vanità, che non ha cercato altro che i mezzi per mettere in rilievo la sua bellezza.
Guardate questo viso, che altre volte lavava con tanta precauzione, per conservargli tutta la sua freschezza; eccolo tutto scomposto.
Guardate quel collo, che era abbellito con tanta arte, di ricchi gioielli, e che portava due o tre file di collari; ahimè! non riesce più a sostenere nemmeno la sua povera testa.
Che ne è stato di quella bellezza, quando indossava quei vestiti con forme e colori così ben assortiti?
E in questo corpo, che è diventata quest’anima che Tu avevi reso più bella di un angelo, per mezzo del Battesimo?
Mio Dio!, mio Dio! che strada dovrà prendere?
Sarà verso il cielo, o sarà l’inferno che dovrà diventare la sua eterna dimora?
Sì, fratelli miei, sarà il cielo, se questa povera anima riceve il sacramento dell’Estrema Unzione con le disposizioni che vi ho indicato sopra; se, sinceramente pentita per la sua vita criminale, ella riceve come si deve, questi ultimi sacramenti, e si getta nelle braccia della misericordia di Dio.
Ma da parte nostra, cerchiamo di vivere santamente, e saremo sicuri che in cambio il buon Dio non ci priverà della felicità di fare una buona morte.
E’ quello che vi auguro.
(Omelia senza una ricorrenza assegnata; inizia una serie di sei omelie, le ultime, che sono state pubblicate solo in una seconda edizione, perchè ritrovate successivamente.
Da notare che non tutte le omelie scritte dal curato ci sono pervenute, ma manca almeno un’altra quarantina di omelie, andate perdute o distrutte; n.d.a.)