Festa del Corpus Domini


Per il giorno della “Festa di Dio”

Il “Corpus Domini”
«Sono come uno straniero sulla terra»
(Salmo 119,19)

Queste parole, fratelli miei, ci mostrano tutte le miserie della vita, il disprezzo che dobbiamo avere delle cose create e periture, e il desiderio che dobbiamo nutrire di uscirne, per andare nelle nostra vera Patria, poichè questo mondo non lo è.
Tuttavia, fratelli miei, consoliamoci nel nostro esilio; è con noi un Dio, un amico, un consolatore e un redentore, che può addolcire le nostre pene, che, da questo luogo di miserie, ci fa presagire grandi beni; questo deve portarci a gridare, come la sposa del Cantico: «Avete visto il mio diletto? se lo avete visto, Ah! ditegli che non faccio altro che languire».
«Ah! fino a quando, grida il santo re profeta, nei suoi trasporti d'amore e di estasi, ah! fino a quando prolungherai il mio esilio, lontano da te?».
Sì, fratelli miei, ben più felici di questi santi dell'Antico Testamento, noi non soltanto possediamo Dio, nella grandezza della sua immensità, che è dappertutto; ma ancor più, noi lo possediamo nello stesso modo in cui Egli fu per nove mesi nel seno di Maria, tale e quale com'era sulla croce (Paragone ardito, ma solo fino a un certo punto: il curato si riferisce alla Presenza reale e quasi fisica di Gesù nell'Eucaristia; n.d.a.).
Ancora più fortunati dei primi cristiani, che facevano cinquanta o sessanta miglia per avere la felicità di vederlo, sì, fratelli miei, ogni parrocchia lo possiede, ogni parrocchia può gioire finchè vuole, della sua dolce compagnia.
O felice nazione!
Quale sarà il mio modo di procedere? eccolo: vi mostrerò quanto Dio sia buono per aver istituito il sacramento adorabile dell'Eucaristia, e i grandi vantaggi che ne possiamo trarre.
Io dico che ciò che costituisce la felicità di un buon cristiano, costituisce anche la disgrazia del peccatore.
Sì, fratelli miei, per un peccatore che non vuole uscire dal peccato, la Presenza di Dio diventa il suo supplizio: egli vorrebbe poter cancellare il pensiero che Dio lo vede e che lo giudicherà; egli si nasconde, fugge la luce del sole, affonda nelle tenebre, ha in orrore tutto ciò che possa suggerirgliene il pensiero; un ministro di Dio gli fa ombra, egli lo odia, lo fugge; ogni volta che pensa che possiede un'anima immortale, e che un Dio la ricompenserà o la punirà per tutta l'eternità, secondo ciò che avrà fatto, tutto ciò costituisce per lui un aguzzino che lo divora senza sosta.
Ah! triste esistenza, quella di un peccatore che vive nel suo peccato!
Invano, amico mio, vorrai nasconderti dalla Presenza di Dio: non lo potrai mai!
«Adamo! Adamo! dove sei?».
«Ah! Signore, egli grida, io ho peccato, e ho paura della tua Presenza».
Adamo, tutto tremante, corre a nascondersi, ed è presisamente nel momento in cui credeva che Dio non lo vedesse, che la sua voce si fece sentire: «Adamo, tu mi troverai dappertutto; tu hai peccato, e Io sono stato testimone del tuo crimine, e i miei occhi erano fissi su di te».
«Caino! Caino! dov'è tuo fratello?».
Caino, sentendo la voce del Signore, divenne come un disperato. Ma Dio lo inseguì con la spada ai fianchi: «Caino, il sangue di tuo fratello grida vendetta».
Oh! com'è vero che un peccatore si trova in un terrore e in una disperazione continui.
Peccatore, che cosa hai fatto? Dio ti punirà.
«No, no, egli grida Dio non mi ha visto, Dio non c'è».
Ah! disgraziato, Dio ti vede e ti punirà. Da qui io concludo che un peccatore ha un bel da fare per rassicurarsi, per nascondere i suoi peccati, per fuggire la Presenza di Dio e procurarsi tutto ciò che il suo cuore possa desiderare, egli sarà sempre e soltanto un infelice; trascinerà dappertutto le sue catene e il suo inferno.
Ah! triste esistenza! No, fratelli miei, non andiamo oltre, questo pensiero è troppo deprimente, questo discorso non ci conviene affatto oggi; lasciamo questi poveri disgraziati nelle tenebre, dal momento che vogliono restarci; lasciamo che si dannino, visto che non vogliono salvarsi.
«Venite, figli, diceva il santo re Davide, venite, devo annunciarvi grandi cose; venite, e vi narrerò quanto è buono il Signore, per coloro che lo amano.
Egli ha preparato per i suoi figli un nutrimento celeste che produce frutti di vita.
Dappertutto lo ritroveremo, il nostro Dio; se saliamo in cielo, là Egli è; se attraversiamo il mare, noi troveremo a fianco a noi; se affondiamo negli abissi del mare, Egli ci accompagnerà».
No, no, il nostro Dio non ci perde di vista, come una madre non perde mai di vista il suo bambino che comincia a mettere i primi passi.
«Abramo, dice il Signore, cammina alla mia Presenza, e mi troverai ovunque».
«Mio Dio! grida Mosè, mostrami, per favore, il tuo Volto, e avrò tutto quello che posso desiderare».
Ah! come si consola un cristiano con questo felice pensiero, che Dio lo vede, che è testimone delle sue pene e dei suoi combattimenti, che un Dio è al suo fianco.
Ah! per meglio dire, fratelli miei, un Dio lo stringe teneramente al suo seno!
Ah! nazione dei cristiani, come sei felice di godere di tanti vantaggi che le altre nazioni non hanno!
Ah! non avevo forse ragione nel dirvi che, se la Presenza di Dio è come quella di un tiranno, per il peccatore, quella stessa Presenza è una felicità infinita, un Cielo anticipato, per un buon cristiano.
Sì, fratelli miei, tutto ciò è molto bello, è vero; ma è ancora poca cosa, oserei dire, in confronto all'amore che Gesù Cristo ci dona nel sacramento adorabile dell'Eucaristia:
Se stessi parlando a degli increduli, o a degli empi, che osano dubitare della presenza di Gesù Cristo in questo sacramento adorabile, comincerei col dare loro delle prove così chiare e così convincenti, che essi morirebbero di vergogna per aver dubitato di un mistero che poggia su delle ragioni così forti e convincenti; io direi loro: se Gesù Cristo è vero, questo mistero lo è anche, poichè, avendo preso del pane, alla presenza dei suoi apostoli, Egli disse loro: «Ecco del pane, ebbene! Io lo trasformeerò nel mio Corpo; ecco del vino, Io lo trasformerò nel mio Sangue; questo Corpo è veramente lo stesso che sarà crocifisso, e questo Sangue è lo stesso che sarà sparso per la remissione dei peccati; e ogni volta che voi pronuncerete queste parole, dice ancora agli apostoli, voi farete lo stesso miracolo; questo potere, ve lo comunicherete gli uni gli altri, fino alla fine dei secoli».
Ma ora lasciamo da parte queste prove, perchè questo ragionamento è inutile per dei cristiani, che hanno gustato tante volte le dolcezze che Dio comunica loro nel sacramento d'amore.
San Bernardo ci dice che ci sono tre misteri a cui non si può pensare senza sentire il proprio cuore morire d'amore e di dolore.
Il primo è quello dell'Incarnazione, il secondo è quello della morte e passione di Gesù Cristo, e il terzo è quello del sacramento adorabile dell'Eucaristia.
Quando lo Spirito Santo ci parla del mistero dell'Incarnazione, usa dei termini che ci pongono nell'impossibilità di poter comprendere fino a che punto arrivi l'amore di Dio per noi, dicendoci: «Così Dio ama il mondo...», come se ci dicesse: lascio al vostro spirito, alla vostra immaginazione, la libertà di formarvi l'idea che volete; anche se possedeste tutta la scienza dei profeti, tutte le luci dei dottori, e tutte le conoscenze degli angeli, vi sarebbe impossibile comprendere l'amore che Gesù Cristo ha avuto verso di voi, in questi misteri.
Quando san Paolo parla dei misteri della passione di Gesù Cristo, ecco come si esprime: «Sebbene Dio sia infinito in misericordia e in grazia, Egli sembra essersi esaurito nell'amore per noi. Eravamo morti, e ci ha dato la vita. Eravamo destinati a essere infelici per tutta l'eternità, e per sua bontà e misericordia, Egli ha mutato la nostra sorte».
Infine, quando san Giovanni parla della carità che Gesù Cristo ha avuto per noi, istituendo il sacramento adorabile dell'Eucaristia, egli ci dice che ci ha amati sino alla fine, e cioè, che ha amato l'uomo, per tutta la vita, con un amore senza uguali.
Per meglio dire, fratelli miei, Egli ci ama tanto quanto poteva amarci.
O amore, quanto sei grande e poco conosciuto!
Come, fratelli miei, non ameremo noi un Dio che ha sospirato per tutta l'eternità per la nostra felicità?
Un Dio!... Ah! un Dio, che ha pianto tanto i nostri peccati, e che è morto per cancellarli! Un Dio che ha voluto lasciare gli angeli del Cielo, dov'è amato con un amore così puro e così perfetto, per venire in questo mondo, pur conoscendo molto bene quanto sarebbe stato disprezzato.
Egli conosceva in precedenza le profanazioni che avrebbe ricevuto in questo sacramento d'amore.
Sapeva bene che gli uni lo avrebbero ricevuto senza contrizione; gli altri, senza il desiderio di correggersi, altri, ahimè! forse anche col crimine nel cuore, e che lo avrebbero fatto morire di nuovo.
Ma no, tutto ciò non ha fermato il suo amore.
O felice nazione, quella dei cristiani!...
«Città di Sion, gioisci, fai esplodere la tua gioia, grida il Signore per bocca del profeta Isaia, perchè il tuo Dio abita in mezzo a te!».
Sì, fratelli miei, ciò che il profeta Isaia diceva al suo popolo, io posso ancora dirlo a voi, anzi, come sembra, con maggiore verità.
Cristiani, rallegratevi! il vostro Dio sta per comparire in mezzo a voi. Sì, fratelli miei, questo tenero Salvatore sta per visitare le vostre piazze, le vostre starde e le vostre case (si riferisce alla processione del “Corpus Domini” per le vie delle città; n.d.a.); dappertutto sta per spargere le benedizioni più abbondanti.
O felici abitazioni, davanti alle quali sta per passare! O felici strade, che sosterranno i suoi passi santi e sacri!
Possiamo mai, fratelli miei, impedirci di dire a noi stessi, quando ripasseremo su questa stessa strada: «Ecco per dove è passato il mio Dio, ecco il sentiero che egli ha attraversato quando spargeva le sue benedizioni benefiche in questa parrocchia » (come dire che ormai tutto il mondo, dovunque si trovi l'Eucaristia è divenuto, in senso stretto “Terra santa”, come , e forse molto più, di quella terra fisicamente attraversata da Lui nella sua vita terrena, e oggi profanata da coloro che vi abitano: il vero pellegrinaggio in Terra santa lo si fa recandosi a pregare nelle proprie chiese, davanti al Tabernacolo...; n.d.a.).
Oh! com'è consolante per noi questo giorno, fratelli miei! (il giorno della festa del “Corpus”; n.d.a.),
Ah! se è permesso gustare qualche consolazione in questo mondo, non lo è forse in questo momento felice?
Sì, fratelli miei, dimentichiamo, se è possibile, tutte le miserie.
Questa terra straniera sta per diventare davvero l'immagine della celeste Gerusalemme, le feste e le gioie del Cielo stanno per discendere su questa terra.
«Ah! se la mia lingua dovesse dimenticare questi benefici, che essa si attacchi al mio palato!...».
Ah! se i miei occhi dovessero portare ancora il loro sguardo verso le cose della terra, che il Cielo rifiuti loro la luce!
Sì, fratelli miei, se consideriamo tutto ciò che Dio ha fatto: il cielo e la terra, questo bell'ordine che regna in questo vasto universo, tutto ci annuncia una potenza infinita che ha creato tutto, una saggezza ammirevole che governa tutto, una bontà suprema che provvede a tutto, con la stessa facilità che se si occupasse di un solo essere: tanti prodigi non possono che riempirci di stupore e di ammirazione (un esempio mirabile del semplice buonsenso che purtroppo manca del tutto a tanti scienziati e sapientoni che negano Dio; n.d.a.).
Ma se parliamo del sacramento adorabile dell'Eucaristia, possiamo dire che è questo il più grande prodigio dell'amore di Dio per noi; è qui che la sua potenza, la sua grazia e la sua bontà esplodono in una maniera del tutto straordinaria.
Possiamo dire in tutta verità, che è questo il pane disceso dal Cielo, il pane degli angeli, che ci è donato come nutrimento per le nostre anime.
E' questo pane dei forti che ci consola e che addolcisce le nostre pene.
E' questo davvero “il pane dei viaggiatori”; per meglio dire, fratelli miei, è la chiave che ci ha aperto il Cielo.
«Colui che mi riceverà, dice il Salvatore, avrà la vita eterna; colui invece che non mi riceve, morirà».
«Colui, dice ancora il Salvatore, che ricorrerà a questo sacro banchetto, farà scaturire dentro di sè una sorgente, che zampillerà fino alla vita eterna».
Ma per meglio conoscere l'eccellenza di questo dono, bisogna esaminare fino a che punto Gesù Cristo abbia spinto il suo amore per noi, in questo sacramento.
No, fratelli miei, non è stato abbastanza per il Figlio di Dio essersi fatto uomo per noi; c'è stato bisogno, per appagare il suo amore, che si donasse a ciascuno di noi, in particolare.
Vedete, fratelli miei, quanto ci ama.
Nel momento stesso in cui i suoi poveri figli prendevano le misure per farlo morire, il suo amore lo porta a fare un miracolo, per poter restare in mezzo a loro.
Si è mai visto, o si può vedere un amore più generoso e più liberale di quello che ci testimonia nel sacramento del suo amore?
Non possiamo dire, con il Concilio di Trento, che è là che la sua generosità e la sua liberalità hanno esaurito tutte le loro risorse?
Si potrebbe, infatti, trovare qualche cosa sulla terra, e perfino nel cielo, che gli si possa paragonare?
Si è mai vista, qualche volta, la tenerezza di un padre, la liberalità di un re per i suoi sudditi, arrivare tanto lontano, come quelle di Gesù Cristo nel sacramento dei nostri altari?
Noi vediamo che i genitori, nel loro testamento, donano i loro beni ai loro figli; ma nel testamento che ci lascia Gesù Cristo, non sono dei beni temporali, che abbiamo già, ma Egli ci dona il suo Corpo adorabile e il suo Sangue prezioso.
Oh! felicità del cristiano, come poco sei gustata!
No, fratelli mieri, Egli non poteva spingere più in là il suo amore, che donandoci se stesso, poichè, ricevendolo, noi riceviamo tutte le ricchezze.
Non è questa una vera prodigalità di un Dio verso le sue creature?
Sì, fratelli miei, se Dio ci avesse dato la libertà di domandargli tutto ciò che vorremmo, avremmo mai osato spingere così lontano le nostre aspettative?
«D'altra parte, ci dice sant'Agostino, Dio stesso, sebbene sia Dio, avrebbe potuto trovare qualcosa di più prezioso da donarci?».
Sapete ancora, fratelli miei, che cosa portò Gesù Cristo ad acconsentire a restare notte e giono nelle nostre chiese?
Ahimè! fratelli miei, lo fece perchè tutte le volte che volessimo vederlo, lo potessimo trovare.
Ah! tenerezza di un padre, quanto sei grande!
Che c'è di più consolante, fratelli miei, per un cristiano, di sentire che adora un Dio presente in corpo e anima?
«Ah! Signore, grida il re profeta, un giorno trascorso vicino a Te, è preferibile a mille trascorsi nelle assemblee mondane!».
Che cos'è che rende le nostre chiese così sante e rispettabili? Non è forse la Presenza di Gesù Cristo?
Ah! felice nazione, quella dei cristiani!
«Ma, mi direte voi, che cosa dobbiamo fare per testimoniare a Gesù Cristo il nostro rispetto e la nostra riconoscenza?».
Ecco, fratelli miei.
Anzitutto compariremo davanti a Lui con il più grande rispetto, e lo seguiremo con una gioia tutta celeste, rappresentandoci il grande giorno di quella processione che si farà dopo il giudizio universale.
Sì, fratelli miei, è sufficiente, per essere penetrati dal più profondo rispetto, ricordarci che siamo peccatori, che siamo indegni di seguire un Dio così santo e così puro. E' un buon Padre che noi abbiamo tante volte disprezzato e oltraggiato, ma che ci ama ancora, e che ci dice che è pronto ad accordarci la grazia.
Cosa fa Gesù Cristo, fratelli miei, quando lo portiamo in processione? Ecco.
Egli è come un buon Re in mezzo ai suoi sudditi, come un buon padre circondato dai suoi figli, e, infine, come un buon pastore che visita il suo gregge.
Quale pensiero dobbiamo avere, fratelli miei, camminando al seguito del nostro Dio? Ecco.
Dobbiamo seguirlo come i primi fedeli, che lo seguivano quando era sulla terra, fecendo del bene a tutti.
Sì, se avremo la fortuna di accompagnarlo con una fede viva, saremo sicuri di ottenere tutto ciò che gli domanderemo.
Leggiamo nel Vangelo, che due ciechi, trovandosi per strada, dove passava il Salvatore, si misero a gridare: «O Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di noi!».
Vedendoli, Egli fu preso da compassione e chiese loro cosa volessero.
«Ah! Signore, gli dissero, per favore, fa' che vediamo».
«Ebbene! vedete», dice loro questo buon Salvatore.
Un grande peccatore, di nome Zaccheo, desiderando vederlo, sale su di un albero; ma Gesù Cristo, che era venuto apposta per salvare i peccatori, gli gridò: «Zaccheo, scendi, perchè oggi voglio entrare nelle tua casa».
Nella tua casa! E' come se gli avesse detto: Zaccheo, da molto tempo la porta del tuo cuore è chiusa a causa del tuo orgoglio e delle tue ingiustizie; aprimi oggi, perchè vengo a portarti il mio perdono.
All'istante stesso, Zaccheo scende, si umilia profondamente davanti al suo Dio, ripara a tutte le sue ingiustizie, e non vuole altro che la povertà e la sofferenza, come sua porzione.
O felice istante, che gli è valsa un'eternità di felicità!
Un altro giorno che il Salvatore passava per un'altra strada, una povera donna, afflitta da dodici anni da una perdita di sangue, lo seguiva.
«Ah! diceva a se stessa, ah! se avessi la fortuna di toccare solamente un lembo del suo mantello, sono sicura che sarei guarita».
Piena di fiducia, ella corre a gettarsi ai piedi del Salvatore, e, nel medesimo istante, fu liberata.
Sì, fratelli miei, se noi avessimo la stessa fede, la stessa fiducia, noi otterremmo la stessa grazia, perchè si tratta dello stesso Dio, dello stesso Salvatore e dello stesso padre, animato della stessa carità.
«Vieni, diceva il profeta, vieni Signore, esci dal tuo tabernacolo (si noti che il termine corrispondente a “tenda”, usato dalla Bibbia, in latino è tradotto con “tabernaculum”; n.d.a.), mostrati al tuo popolo che ti desidera e che ti ama».
Ahimè! fratelli miei, quanti malati da guarire; quanti ciechi a cui bisognerebbe ridare la vista! Quanti cristiani che stanno per seguire Gesù Cristo (nella processione del “Corpus”; n.d.a.), e le cui anime sono tutte ricoperte di piaghe! Quanti cristiani che sono nelle tenebre, e che non si accorgono che stanno per piombare nell'inferno!
Mio Dio! guarisci gli uni, e illumina gli altri!
Povere anime, quanto siete infelici!
San Paolo ci dice che trovandosi ad Atene, vide scritto su un altare: «Qui risiede il Dio sconosciuto, o almeno dimenticato».
Ma, ahimè! fratelli miei, io posso senz'altro dirvi il contrario: io vi annuncio un Dio che voi sapete essere il vostro Dio, ma che voi non adorate, ma disprezzate.
Ahimè! quanti cristiani che, in questi santi giorni di domenica, sono ingolfati nel loro tempo; che non si degnano nemmeno di venire, qualche breve istante, a visitare il loro Salvatore, che arde dal desiderio di vederli davanti a Sè, per dire loro che li ama, e che vuole colmarli di benefici.
Oh! quale vergogna per noi!... Succede qualche novità? si lascia tutto e si corre. Ma quanto a Dio, non facciamo altro che disprezzarlo e fuggirlo; il tempo ci pesa alla sua santa Presenza, tutto ciò che facciamo è sempre lungo.
Ah! quale differenza tra i primi cristiani e noi! Essi consideravano come il tempo più felice della loro vita allorchè avevano la fortuna di trascorrere dei giorni e delle notti intere nelle chiese, a cantare le lodi del Signore, o a piangere i loro peccati; ma oggi non è più la stessa cosa.
Egli è lasciato, abbandonato da noi, e ci sono perfino quelli che lo disprezzano; la maggior parte di noi, quando sta nelle chiese, in questi luoghi sacri, sembra esserci senza alcun rispetto, senza amore di Dio, senza sapere nemmeno che ci siamo venuti a fare.
Gli uni lasciano che il loro spirito e il loro cuore si riempiano di mille cose terrene, e forse anche criminali; gli altri vi restano con noia e disgusto; ci sono altri che appena appena riescono a mettersi in ginocchio, mentre un Dio sparge il suo prezioso Sangue per ottenere loro il perdono (al momento della consacrazione eucaristica; n.d.a.).
Altri, infine, aspettano a mala pena che il sacerdote scenda dall'altare, che già fuggono via.
Mio Dio! quanto poco ti amano i tuoi figli, o piuttosto come ti disprezzano! Infatti, fratelli miei, quale spirito di leggerezza e di dissipazione fate trasparire, quando siete in chiesa? Gli uni dormono, gli altri parlano, e quasi nessuno è attento a ciò che si deve fare.
Io affermo, fratelli miei, che poichè tutti gli uomini sono creati solo per Dio, colmati senza sosta dei suoi benefici più abbondanti, tutti noi dovremmo testimoniargli la nostra riconoscenza, e affliggerci nel vederlo tanto oltraggiato.
Dovremmo fare come un amico che si rattrista per la disgrazia del suo amico: è così che gli dimostra che la sua amicizia è sincera.
Tuttavia, fratelli miei, qualunque servizio questo amico gli abbia potuto rendere, egli non potrà mai fare ciò che Dio ha fatto per noi.
«Ma, mi direte voi, chi sono coloro che devono, come sembra, nutrire un amore più grande e più ardente alla vista degli oltraggi che Gesù Cristo riceve da parte dei cattivi cristiani?».
E' vero che tutti dovrebbero affliggersi per i disprezzi che gli si recano, e cercare di ripararli, ma ci sono alcuni, tra i cristiani, che vi sono tenuti in un modo del tutto particolare, ed ecco chi sono: sono coloro che hanno la felicità di appartenere alla confraternita del Santissimo Sacramento.
Ho detto: «che hanno la felicità». Ah! se ne potrebbe trovare una più grande di quella di essere scelti per riparare verso Gesù Cristo, per gli oltraggi che riceve, nel sacramento del suo amore?
Ma non ingannatevi, fratelli miei; come confratelli voi siete obbligati a condurre una vita molto più perfetta dell'insieme degli altri cristiani. I vostri peccati, sono molto più spiacevoli a Gesù Cristo.
No, fratelli miei, non basta affatto avere un cero tra le mani, per dimostrare che siamo coloro che Dio ha scelto, ma bisogna che la nostra vita ci faccia distinguere, come il nostro cero ci distingue da coloro che non lo hanno.
Perchè, fratelli miei, portiamo questi ceri che illuminano, se non perchè la vostra vita deve essere un modello di virtù, perchè vi possiate gloriare di essere veri figli di Dio, e di essere pronti a dare la vita per sostenere gli interessi del vostro Dio, al quale vi siete votati per tutta la vita?
Sì, fratelli miei, premurarsi ad addobbare le chiese e allestire i sepolcri, sono tutti segni esteriori molto buoni e lodevoli, ma non è abbastanza.
I Betsemiti, allorchè l'Arca del Signore attraversò la loro terra, mostrarono la più grande premura e lo zelo più ardente: non appena la scorsero, tutto il popolo uscì in folla per presentarglisi davanti; tutti si affrettarono a tagliare la legna per compiere i sacrifici.
Tuttavia cinquantamila furono colpiti a morte, perchè il loro rispetto non era stato grande abbastanza (1 Samuele 6,19: ma il curato, come spesso succede, cita a memoria e fa confusione sui dettagli; è vero che gli abitanti di Bet-Shemesh furono puniti per aver guardato l'Arca con curiosità e senza il dovuto rispetto, ma non ne furono colpiti cinquantamila, ma “settanta su cinquantamila”, dice il testo citato; n.d.a.).
Oh! fratelli miei, come questo esempio ci dovrebbe far tremare! Che cosa racchiudeva quell'Arca, fratelli miei? Ahimè! un po' di manna e le tavole della Legge; e siccome coloro che le si accostarono non furono abbastanza pervasi di rispetto per la sua Presenza, furono colpiti a morte.
Ma, ditemi, chi è colui che, riflettendo sulla Presenza di Gesù Cristo nel sacramento, non sarebbe colto dalla paura?
Eppure quanti, fratelli miei, sono talmente disgraziati da stare alla Presenza del Salvatore con un cuore pieno di peccati!
Ah! disgraziato! Tu potrai pure flettere le ginocchia, allorchè un Dio si leva per benedire il suo popolo; ma il suo sguardo penetrante non tralascerà di vedere gli orrori che si agitano nel tuo cuore.
Ma se la nostra anima è pura, presentiamola al seguito di Gesù Cristo, come di un gran Re che esce dalla capitale del suo regno, per ricevere gli omaggi dei suoi sudditi, e per colmarli di benefici.
Leggiamo nel Vangelo che i due discepoli di Emmaus, camminavano insieme al Salvatore, senza riconoscerlo; appena lo riconobbero, Egli scomparve.
Totalmente rapiti dalla loro felicità, si dicevano l'un l'altro: «Come mai non lo avevamo riconosciuto? Non è forse vero che i nostri cuori si sentivano tutti infiammati d'amore, allorchè ci parlava, spiegandoci la Sacra Scrittura?».
Mille volte più felici, fratelli miei, di questi discepoli, che camminavano con Gesù Cristo senza conoscerlo, noi invece sappiamo bene che è il nostro Dio e il nostro Salvatore, che cammina davanti a noi; che parlerà nel profondo del nostro cuore, che vi farà nascere un numero infinito di buoni pensieri, di buone ispirazioni.
«Figlio mio, dirà, perchè non vuoi amarmi? Perchè non lasci questo maledetto peccato che innalza un muro di separazione tra noi due?
Ah! figlio mio. come puoi abbandonarmi? E' proprio necessario che tu mi debba costringere a condannarti ai supplizi eterni?
Figlio mio, ecco il tuo perdono, vuoi pentirti?».
Ma che cosa gli risponde il peccatore?
«No, no, Signore, preferisco vivere sotto la tirannia del demonio ed essere riprovato, piuttosto che chiederti perdono».
«Ma, mi direte voi, noi non diciamo così al buon Dio».
Ma io vi dico che lo dite continuamente, ogni volta che Dio vi dona il pensiero di convertirvi.
Ah! disgraziati! verrà un giorno che chiederai ciò che oggi rifiuti, e che, forse, non ti verrà accordato.
E' certo, fratelli miei, che se noi avessimo la felicità di tanti santi dai quali Dio si faceva vedere, come una santa Teresa, ora come un bambino nella mangiatoia, ora sulla croce, avremmo senza dubbio più rispetto e più amore verso di Lui; ma noi non lo meritiamo e, se ci accadesse, ci crederemmo già dei santi, cosa che ci diverrebbe motivo di orgoglio.
Ma, benchè il buon Dio non ci accordi questa grazia, non significa che Egli sia meno presente, e pronto ad accordarci ciò che gli domanderemo.
Si racconta nella storia che un sacerdote, dubitando di questa verità, dopo aver pronunciato le parole della consacrazione: «Com'è possibile, diceva tra sè, che le parole di un uomo compiano un miracolo così grande?».
Ma Gesù Cristo, per rimproveragli la sua poca fede, fece in modo che la santa Ostia sudasse sangue, con tale abbondanza, che si fu costretti a raccoglierlo con un cucchiaio.
Ascoltate cosa ci dice lo stesso autore: e cioè che essendo stato appiccato il fuoco in una cappella, tutto l'edificio esplose e fu distrutto, e la santa Ostia rimase sospesa in aria, senza appoggio; quando il sacerdote arrivò per deporla in un vaso, subito quella vi si pose dentro (miracolo dell'Ostia di Faverney, diocesi di Besançon, 1608; n.d.a.).
Noi leggiamo nella storia ecclesiastica, che la domestica di un giudeo, per pura compiacenza verso il suo padrone, gli portò l'Ostia santa.
Dopo che l'ebbe ricevuta nella bocca, questa disgraziata la prende e la ripone in un fazzoletto, e poi la dà al suo padrone. Quel mostro, rapito dalla gioia di avere Gesù Cristo in suo potere, così come i suoi antenati quando lo crocifissero sulla croce, si dedicò a tutto ciò che il suo furore poteva ispirargli.
Ora, sembra che Gesù Cristo volle mostrargli come Egli sia sensibile agli oltraggi che gli rivolge.
Questo sciagurato, avendo posto la santa Ostia su di un tavolo, gli inferse diversi colpi di temperino; essa si ricoprì tutta di sangue, e ciò fece fremere di spavento sua moglie i suoi figli che erano presenti a questo spettacolo orrendo.
Egli la riprende, la sospende a un chiodo e le infligge numerosi colpi di frusta e di lancia; il sangue usciva con grande abbondanza, come la volta precedente.
Egli la riprende per la terza volta, e la getta in una caldaia di acqua bollente. Subito l'acqua fu cambiata in sangue; e nello stesso momento, Gesù Cristo riprende la forma che aveva sull'albero della croce. In questo modo, sembra che Gesù Cristo volesse provare a toccargli il cuore.
Ma quel disgraziato, simile a Giuda, considerò il suo crimine come troppo grande, e, disperando del perdono, fu condannato ad essere bruciato vivo (accadde, secondo una storia forse leggendaria, a Parigi nel 1290; n.d.a.).
No, fratelli miei, noi non possiamo ascoltare questi orrori senza fremere.
Ma, ahimè! quanti cristiani lo trattano ancora più crudelmente!
«Ma, mi direte voi, come ci si potrebbe comportare in questo modo?».
Ahimè! amico mio, piaccia a Dio che questa disgrazia non ti capiti mai!
Ma quello che ho detto si verifica tutte le volte che tu acconsenti al peccato: un pensiero d'orgoglio lo calpesta sotto i piedi e lo mette a morte; un pensiero d'impurità gli trafiggerà il cuore.
Ahimè! rappresentiamoci durante questa processione, il Salvatore mentre si reca al Calvario: gli uni gli davano calci, gli altri lo caricavano di insulti e di bestemmie..., solo alcune anime sante lo seguivano piangendo e mescolando le loro lacrime con il suo Sangue prezioso, di cui si bagnava il pavimento.
Oh! quanti Giudei e quanti carnefici stanno per seguire Gesù Cristo, e che non si accontenteranno di farlo morire una volta sola, ma su tanti calvari quanti sono i loro cuori (si riferisce ai suoi stessi parrocchiani in stato di peccato, come ha detto sopra; n.d.a.).
Ah! ma è mai possibile che un Dio che ci ama tanto sia così disprezzato e maltrattato?
Sì, fratelli miei, se noi amassimo il buon Dio sarebbe per noi una gioia e una felicità venire tutte le domeniche, a passare qualche istante per adorarlo, per chiedergli la grazia di perdonarci: considereremmo questi momenti come i più felici della nostra vita.
Ah! come sono dolci e consolanti questi momenti trascorsi col Dio di bontà!
Siete nella tristezza? venite un istante a gettarvi ai suoi piedi e vi sentirete consolati.
Siete disprezzati dal mondo? venite qui e troverete un buon amico che non vi mancherà mai di fedeltà.
Siete tentati? oh! è qui che troverete delle armi forti e terribili per vincere il vostro nemico.
Temete il Giudizio formidabile che ha fatto tremare i più grandi santi? Approfittate del tempo in cui il vostro Dio è un Dio di Misericordia, e per questo è molto facile ottenere grazia.
Siete oppressi dalla povertà? venite qui, e vi troverete un Dio infinitamente ricco, che vi dirà che tutti i suoi beni sono vostri, non in questo mondo ma nell'altro: «E' là che Io ti preparo dei beni infiniti; va', disprezza questi beni perituri, e ne avrai di quelli che non periranno mai» (ma non tutti i poveri sanno essere eroici come i santi, ma questo, il curato, rapito dal suo anelito spasmodico verso il Cielo, non lo mette in conto...; n.d.a.).
Vogliamo cominciare a gustare la felicità dei santi? veniamo qui e ne sperimenteremo i felici inizi.
Ah! come fa bene, fratelli miei, gioire dei casti abbracci del Salvatore! Ah! voi non li avete mai gustati! Se aveste avuto questa felicità, voi non potreste più uscirne.
Non dobbiamo più stupirci del fatto che tante sante anime abbiano trascorso la loro vita nella sua casa, giorno e notte; esse non potevano più separarsi dalla sua Presenza.
Leggiamo nella storia, che un santo sacerdote trovava tante dolcezze e consolazioni nelle nostre chiese, che si coricava sul gradino dell'altare per avere la felicità, svegliandosi, di trovarsi vicino al suo Dio; e Dio, per ricompensarlo, permise che morisse ai piedi dell'altare.
Guardate san Luigi il quale, nei suoi viaggi, invece di trascorrere la notte in un letto, la passava ai piedi dell'altare, vicino alla dolce Presenza del suo Salvatore.
Perchè, fratelli miei, proviamo tanta indifferenza e disgusto quando dobbiamo venire qui?
Ahimè! fratelli miei, è perchè non abbiamo mai provato questi felici momenti.
Che dobbiamo concludere da tutto ciò? Ecco.
Dobbiamo considerare come il momento più felice della nostra vita, quello in cui possiamo tenere compagnia a un amico così buono.
Camminiamo dietro di Lui con un santo tremore; in quanto peccatori, domandiamo a Lui con lacrime e dolore, il perdono dei nostri peccati, e siamo sicuri che l'otterremo...
Essendoci riconciliati, sollecitiamo il dono prezioso della perseveranza. Ah! diciamogli, che se dovessimo offenderlo ancora, preferiremmo piuttosto morire.
No, fratelli miei, fino a che non amerete il vostro Dio, voi non sarete mai contenti: tutto vi farà abbattere, tutto vi annoierà, invece, dal momento in cui lo amerete, trascorrerete una vita felice; e aspetterete con ansia la morte!...
Ah! felice morte, che ci riunirà al nostro Dio!... Ah! felicità! quando arriverai?... Com'è lunga quest'attesa!... Ah! vieni! Tu ci procurerai il più grande di tutti i beni, che è il possesso di Dio stesso!...
E' ciò che vi auguro...
(Nonostante l'ammirazione smisurata per il santo curato e per le sue Omelie, resta un mistero incomprensibile, anche per questo traduttore, il fatto che non si rendesse conto di quanto fosse smodata la lunghezza dei suoi sermoni, resi più prolissi da tante inutili ripetizioni... 
«Ah! verrebbe da dire, parafrasando il suo modo abituale di esprimersi: quanto siete eccessivi, voi santi predicatori, che non vi mettete nei panni dei poveri ascoltatori, che già da tre ore vi stanno ascoltando, forse, dormendo profondamente!...».
Il curato più o meno risponderebbe così: «In mancanza di mezzi di comunicazione audio-visivi, di giornali e riviste di argomento religioso, che i miei parrocchiani non potevano leggere, perchè quasi tutti analfabeti, le omelie erano l'unica fonte di istruzione settimanale, che serviva a nutrire le anime e a illuminarle, dissipando le tenebre fitte di un'epoca antireligiosa e anticlericale, retaggio di una rivoluzione, quella francese, che aveva cambiato tutto per non cambiare nulla, eccetto le sane abitudini della gente comune»; n.d.a.).