
1°
Agosto
Il
martirio dei Maccabei«Siamo pronti a morire, piuttosto che trasgredire la Legge di Dio e del nostro paese» (2 Maccabei 7,2)
Questa fu, fratelli miei, la risposta che diede l'illustre famiglia dei Maccabei ad Antioco, questo famoso persecutore della religione.
Questi giovani ebrei risposero con coraggio: «Noi dobbiamo a Dio un amore a tutta prova, e nessun tormento potrà farci violare la fedeltà che gli dobbiamo; eccoci, tu puoi farci soffrire, i nostri corpi sono in tuo potere, ma della nostra fede, del nostro amore, tu non ne sei padrone, tu non hai nessun potere su di noi riguardo a essi; non aspettarti dunque che noi possiamo fare qualcosa che possa dispiacere al Signore; siamo felici di poter morire».
Non tentennano, sono risoluti, con la grazia di Dio, a perdere non soltanto i loro beni, il loro onore, ma anche la loro vita.
Guardate il coraggio di questi antichi martiri, che avevano molte meno grazie di noi?
No, fratelli miei, questi santi martiri non avevano visto, come noi, Gesù Cristo portare la croce sul Calvario; non avevano visto ancora quelle folle di martiri i quali, sull'esempio di Gesù Cristo, hanno dato la vita con tanto coraggio; ma erano proprio essi che tracciavano il cammino.
Non avevano, come noi, la fortuna di ascoltare la voce di Gesù Cristo il quale, dall'alto della croce sembra dirci: «Venite, figli miei, venite, salite sul vostro Calvario, come io sono salito sul mio».
Ecco un discorso capace di darci forza.
Ma no, essi non avevano avuto la nostra stessa fortuna!
Oh! se i nostri padri apparissero in mezzo a noi, potrebbero mai riconoscerci per loro figli e loro eredi nella fede?
Ahimè! quanti fra noi che, non per paura della morte, e nemmeno per la perdita dei loro beni, ma per un piccolo rispetto umano, un piccolo timore di essere derisi, abbandonano il loro Dio e arrossiscono di essere dei buoni cristiani?
Quanti altri disonorano questa religione santa, con una vita tutta pagana e tutta mondana?
Per stimolarvi, fratelli miei, a non temere nulla quando si tratta di piacere a Dio e di salvare la vostra anima, vi metterò davanti agli occhi il coraggio dei santi martiri dell'Antico Testamento, e di qualcuno del Nuovo.
Ma non accontentiamoci di ammirare la loro intrepidezza e il loro zelo per la gloria di Dio e per la salvezza della loro anima.
Confrontiamo la loro vita con la nostra, il loro coraggio con la nostra codardia, i loro tormenti col nostro orrore per la penitenza; vediamo se possiamo sperare il Cielo, come loro, facendo ciò che stiamo facendo.
Ahimè! quanti cristiani dannati!...
Facciamo, per imitarli, tutto quello che è in nostro potere.
Se apriamo i Libri santi, vediamo che, in ogni tempo, i buoni sono stati perseguitati dai cattivi.
E' a questa regola che dobbiamo attenerci, se vogliamo sperare il Cielo.
Guardate Abele e Caino, Giuseppe e i suoi fratelli, Davide e Saul, Giacobbe ed Esaù, ecc., ecc.
Non ci aspetta altra sorte su questa terra: coloro che vi sono passati prima di noi, lo dimostrano a sufficienza.
In ogni tempo, coloro che hanno voluto appartenere a Dio, hanno sacrificato i loro beni, la loro reputazione, e la loro stessa vita; se vogliamo sperare la loro ricompensa, dobbiamo fare come loro, altrimenti non avremo mai la felicità di andare a partecipare alla loro gioia.
Eccovi un esempio per farvi meglio convincere di ciò.
Leggiamo nell'Antico Testamento, che i Giudei, ritornati dall'esilio babilonese, furono in pace, fino a che l'empio Antioco salì su trono.
Questo re malvagio, suscitò la più crudele persecuzione che si fosse mai vista fino ad allora.
Dio lo permise, è vero, per mettere alla prova i suoi servitori; d'altronde, il profeta Daniele lo aveva preannunziato.
Il disegno di questo empio re era quello di abolire completamente, se avesse potuto, il culto del vero Dio. Egli ordinò, sotto pena di morte, di profanare il giorno di sabato e le altre feste, di spogliare i luoghi sacri, di costruire altari e templi al demonio, e di sacrificare gli animali proibiti dalla Legge.
Fece piazzare un idolo infame nel tempio, i Libri della Legge furono distrutti e gettati nel fuoco.
Se si fosse trovato qualche giudeo che volesse servire il Signore, doveva subito essere preso e punito con la morte.
La città santa fu abbandonata dai suoi sudditi e divenne dimora dei pagani.
Il santo tempio divenne un deserto, tutte le feste furono mutate in lutto; tuttavia, malgrado tutti questi terrori che che si cominciavano a diffondere per costringere i Giudei a rinunciare al vero Dio, parecchi di loro presero la risoluzione di non fare nulla che fosse contrario alla Legge, e di morire, piuttosto che violarla.
Uno di quelli che si mostrarono più intrepidi, fu un buon vegliardo di nome Eleazaro, di ottantaquattro anni di età, conosciuto per la sua vita pura e innocente.
I suoi persecutori lo presero e gli comandarono di mangiare della carne che era stata offerta agli idoli, altrimenti lo si sarebbe messo a morte, secondo la legge del malvagio re.
Vedendo che rifiutava, lo si volle costringere; gli uni gli aprivano la bocca, gli altri gli mettevano la carne dentro, come se questi insensati non sapessero che solo la volontà determina il peccato, e che un'azione nella quale il cuore non è coinvolto, non può essere peccato.
Eleazaro fu unvincibile, egli preferì la morte, piuttosto che obbedire all'imperatore, mangiando della carne proibita dalla Legge.
«Preferisco, disse, una morte innocente, a una vita criminale».
Mentre si recava con gioia incontro alla morte, ebbe a subire una prova, da parte dei suoi amici e, per ciò stesso, più temibile di quella che gli faceva sopportare l'empio re (della serie: “dagli amici mi salvi Dio, che dai nemici mi salvo io”; n.d.a.).
Essendo venuti a trovarlo, gli dissero piangendo: «Amico mio, noi veniamo qui per salvarti, come ci siamo salvati noi stessi.
Faremo portare della carne che non è stata offerta agli idoli, cioè al demonio, e per compiacenza, tu la toccherai soltanto un po', e noi diremo agli ufficiali del re, che hai obbedito.
Ecco un mezzo sicuro per evitare la morte e restituirti vivo alla tua nazione».
Ma il santo martire gridò: «No, no, non farò mai ciò! portatemi subito al supplizio, piuttosto che farmi commettere un atto di viltà come questo, che oltraggerebbe il mio Dio; che mi si getti ancora vivo nella tomba; lo preferisco mille volte.
E che! mio Dio! mi si crede capace, alla mia età di dissimulare, di far credere che la mia religione non è altro che una superstizione!
Dovrei lasciare, proprio io, un così cattivo esempio alla gioventù che si propone di prendermi per modello?...dovrei io lasciar credere che sono stato sedotto dall'amore per la vita e dal timore dei supplizi? No, no!... giammai! Nei pochi giorni che mi restano da vivere, non mi lascerò andare a una simile vigliaccheria.
Quand'anche potessi oggi, prostituendo la mia anima e la mia coscienza, sfuggire ai supplizi degli uomini, potrei mai sfuggire alla Giustizia di Dio?
No! muoriamo con costanza, amici miei, e mostriamoci degni della nostra età, poichè Dio si degna di sceglierci per dare un bell'esempio ai giovani.
La morte più crudele è così dolce e gloriosa, quando è a Dio che si offre il sacrificio della propria vita.
Perchè dovrei temere di perdere una vita che ben presto sarò obbligato a lasciare, senza acquistare alcun merito, quando invece, donandola oggi al buon Dio, ne riceverò una così bella ricompensa per tutta l'eternità?...
Venite, carnefici, aggiungeva con un coraggio straordinario, venite, e vedrete i sacrifici che possono fare coloro che sono aiutati da una forza che viene dall'Alto; voi mi toglierete un rimasuglio di vita, per procurarmene una che è eterna.
Ah! mi sembra di vedere gli angeli che vengono a me, per condurre la mia anima in cielo; no, no, amici miei, io non temo nè i tormenti nè la morte: tutto ciò è un bene per me.
Muoriamo per il nostro Dio, e gli dimostreremo di amarlo veramente.
Muoriamo, figli miei, e abbandoneremo la guerra e le sofferenze, per andare in un luogo di pace, di gioia e di delizie!
Sì, Dio mio, ti offro volentieri il sacrificio della mia vita!» .
Oh! mio Dio, come sono belli questi sentimenti! come sono degni della grandezza di un'anima bella e di una religione santa come la nostra.
Tutte queste belle parole che egli pronunciò alla presenza dei suoi carnefici, avrebbero dovuto toccarli e cambiare il loro cuore; ma no, essi divennero ancora più furiosi.
Si gettano su questo povero vegliardo, lo gettano per terra, lo spogliano e lo legano; i carnefici, armati di verghe, lo colpiscono fino a fargli perdere il respiro; ma nel mezzo di tanti dolori, egli raccoglie le poche forze rimastegli e si rivolge al Signore: «Tu lo sai, mio Dio, è per te che soffro, nel timore di offenderti; mio Dio, sostienimi, fa' che io possa morire per amor tuo!».
Non si smise di percuoterlo fino a che non ebbe reso la sua bella anima a Dio (cfr. 2 Maccabei 6,18-31).
Quale esempio per noi, frateli miei, ma quale vergogna per tanti cristiani vigliacchi, che, tante volte, per un maledetto rispetto umano, trasgrediscono le leggi della Chiesa, mangiando carne nei giorni proibiti!
Ditemi, se voi foste sottoposti a simili prove, avreste fatto come questo buon vegliardo di ottant'anni, che preferì la morte piuttosto che fare finta di mangiare la carne proibita dalla legge dei Giudei?
Quale condanna per tanti apostati che si mettono sotto i piedi questa legge santa!
Andate in una fiera, in un cabaret, un venerdì o in un altro giorno nel quale è proibito mangiare carne; guardate quelle tavole che ne sono ricoperte, esaminate che cosa mangino.
Ahimè! sono padri, madri di famiglia, padroni e padrone, che, forse, hanno con sè anche i loro figli e i loro domestici.
Questi sono cattivi cristiani, perfino sacrileghi, che magari hanno adempiuto al loro precetto pasquale, e che già tante volte hanno promesso di non trasgredire più questa legge!
Quale idee ci si fa oggi di Dio, della sua religione e delle sue leggi? (specie con certe “guide” moderne; n.d.a.).
Ahimè! fratelli miei, la nostra santa religione non è più, agli occhi del maggior numero di cristiani, che una chimera, che un fantasma; non è rimasto più nient'altro che una certa esteriorità, e solo quando niente ci infastidisce e niente ci costa; ma, alla minima cosa contraria, noi disprezziamo tutto e non sembriamo essere più altro che degli apostati.
Oh! quanti cristiani perduti!... Come sono disgraziati a commettere il peccato dopo tanta riflessione, conoscendo molto bene che fanno morire Gesù Cristo, che strappano via da Lui la propria anima, per trascinarla all'inferno!...
Che potranno rispondere allorchè Gesù Cristo li giudicherà?
Diranno forse che è la loro fragilità o la miseria, che li ha portati a fare ciò?
Quale vergogna per questi disgraziati apostati, dei quali gli uni hanno peccato per empietà, deridendo le leggi della Chiesa, gli altri per un maledetto rispetto umano!
Hanno preferito perdere le loro anime, oltraggiare Dio, piuttosto che sopportare la vergogna di una parola uscita dalla bocca di un empio o di un libertino!...
Veniamo ora, fratelli miei, ad altri esempi, e vedremo che se la vecchiaia è naturalmente più ferma nella fede, anche un'età più tenera ci fornisce degli esempi che non sono meno grandi.
Dopo il combattimento di questo buon vegliardo, si vide entrare in scena una madre con i suoi sette figli nel fiore dell'età.
Essi avevano tanto candore e modestia, che attiravano l'ammirazione di tutti.
Il crudele Antioco li fece trascinare tutti davanti a lui, comandò loro di mangiare all'istante la carne che aveva offerta al demonio, e questo senza replicare, secondo gli ordini da lui impartiti.
Tutti, con voce unanime rifiutarono di farlo.
Su questo rifiuto, li fece spogliare davanti a lui, e ordinò che li si colpisse a colpi di frusta e di nervi di bue, fino a che il loro corpo fosse tutto lacerato.
Il primogenito dei sette fratelli, senza stupirsi di questo trattamento, prende la parola e dice al tiranno: «Che cosa vuoi da noi? Sappi che noi sappiamo soffrire e morire, ma non tradire la Legge del Signore».
Questa risposta mise l'empio Antioco in un tale furore, che ordinò di far avvampare all'istante delle caldaie di ottone, e, mentre tutti i carnefici si affrettavano a ubbidirgli, indignato e adirato contro questo giovane che lo aveva appena sfidato a nome di tutti, gli fece tagliare la lingua, strappare la pelle della testa, tagliare le estremità dei piedi e delle mani, e tutto ciò alla presenza di sua madre e di tutti i suoi fratelli.
Gli fece anche applicare delle lamine di ferro rovente in ogni parte del corpo.
Siccome, anche dopo questi crudeli tormenti, era rimasto ancora in vita, ordinò di gettaro nella caldaia di bronzo che il fuoco aveva reso ardente, come una sbarra di ferro uscita dalla fornace, e lo vide impietosamente ardere.
Durante questo tempo, sua madre e i suoi fratelli, si incoraggiavano gli uni gli altri a soffrire.
«Avanti, figli miei, grida loro questa madre, coraggio! Con la nostra morte noi possiamo glorificare Dio e renderci felici per tutta l'eternità! Dal momento che siamo tutti condannati a morire in seguito al peccato dei nostri Progenitori, moriamo; la nostra morte è questione di qualche istante, e avremo una ricompensa e una felicità eterne».
Essendo morto il primo, fu preso il secondo.
Si cominciò strappandogli i capelli con la pelle della testa, chiedendogli se volesse mangiare la carne che gli stavano offrendo.
Egli rispose che sapeva soffrire e morire sull'esempio di suo fratello, e che non avrebbe mai avuto la viltà di violare la legge del Signore.
Gli fecero soffrire gli stessi tormenti, gli tagliarono i piedi e le mani.
Rimastogli un ultimo respiro disse al re: «Principe malvagio, tu ci fai perdere la vita presente, ma noi siamo sicuri che il Signore, per il quale la perdiamo, ce la restituirà eterna».
Gli chiedono le mai, che egli offre con gioia: «E' dal cielo, dice, che ho ricevuto queste membra, ve le dono volentieri perchè le facciate soffrire, poichè per mezzo di queste sofferenze posso glorificare Dio e assicurarmi il cielo».
Ah! fratelli miei, se avessimo una fede così viva, come quella dei santi martiri, quale disprezzo nutriremmo verso il nostro corpo e i piaceri dei sensi!...
Avremmo il coraggio di sacrificare così facilmente ad essi la nostra anima e la nostra eternità?...
Ah! se pensassimo per bene alla nostra risurrezione, che sarà gloriosa in proporzione del fatto che i nostri corpi siano stati disprezzati e perseguitati!...
Con quale gloria compariranno queste folle di martiri che hanno lasciato fare a brandelli i loro corpi!...
Il re e tutti i suoi cortigiani, non conoscendo abbastanza le forze che ci infonde la religione, non potevano riprendersi dalla sorpresa. Essi divennero ancora più furiosi.
Antioco si rivolge al quarto giovane, ma senza prendersi più la briga di minacciarlo, poichè sapeva bene che era tempo perso, e viene subito ai tormenti. Gli fece strappare la pelle. Gli fa tagliare i piedi e le mani, e lo fa gettare in una caldaia bollente: «Non temo i tuoi ordini, gli dice ancora costui, perchè una risurrezione gloriosa ci attende, e il Dio che serviamo è tutta la nostra speranza; quanto a te, anche tu risusciterai un giorno, ma non sarà per la vita, perchè una morte eterna ti attende».
Poi si passò al quinto fratello, e il re tutto infuriato disse: «Vediamo se saranno ancora insensibili».
Il fanciullo non aspetta di essere preso dai carnefici, ma corre davanti a loro, e poi, da dentro le fiamme, dove il suo povero corpo era già tutto in pezzi, leva tranquillamente gli occhi verso il tiranno: «Tu adesso fai di noi ciò che vuoi, ma verrà il momento in cui proverai a tua volta tutto il rigore della Giustizia divina».
Il re, non potendo più contenersi: «Finiamo, disse ai suoi carnefici, di sterminare questa famiglia insolente».
Quindi arriva il sesto fratello, con la dolcezza dipinta sulla fronte; egli avanza con gioia e si abbandona senza paura nelle mani dei carnefici. Questi, infuriati, si mettono a straziarlo, gli afferrano e gli tagliano i piedi e le mani: «Che cosa temi più, o re impietoso? dice il generoso martire, ormai non ne resta più che uno solo, oltre mia madre; un fanciullo e una donna; i miei fratelli mi aspettano in cielo; tu mi fai morire, e io ne sono ben contento!».
Tuttavia, ciò che è più degno di ammirazione, è l'atteggiamento di quella povera madre, la quale vede morire tutti i suoi figli davanti ai suoi occhi, in un solo giorno, senza versare una lacrima.
Ella seppe così bene contenere il suo dolore, che, al contrario, faceva tutto ciò che poteva per incoraggiarli.
O madri, che mi ascoltate, se i vostri figli non sono religiosi, o piuttosto, se essi sono senza religione, non dovete incolpare altri se non voi stesse!...
Se voi aveste la fortuna di imitare questa madre generosa; se, come lei pensaste che se avete avuto dei figli è solo perchè dovevate donarli al Cielo!...
«Ah! figli miei, gridava loro, mentre straziavano i loro corpi e li facevano a pezzetti, figli miei, coraggio! morite per il Signore, e il Cielo vi apparterrà!
Perdete questa vita miserabile, e ne riceverete una felice ed eterna!».
Ahimè! quante povere madri, troppo deboli, vedono correre i loro figli verso il male, o meglio, verso l'inferno, senza versare una lacrima, e forse senza neppure dire un Pater e un Ave!
Ma lasciamo, fratelli miei, questi tristi insegnamenti.
Ormai a questa madre, dei sette figli, non gliene restava che uno solo, il più giovane.
Antioco, coperto di vergogna per non aver potuto vincere quei giovani, volle fare un ultimo sforzo, per guadagnare almeno quest'ultimo.
Gli fece tante belle promesse, dicendo che lo avrebbe posto nel numero dei suoi favoriti, purchè abbandonasse la sua religione. Ma questo fanciullo era incrollabile.
Il re, fingendo compassione, si rivolse alla coraggiosa madre: «Salva almeno, ti prego, quest'ultimo figlio! Egli sarà la tua felicità e la tua consolazione, con i favori di cui lo ricolmerò».
Padri e madri, venite ad istruirvi; ascoltate il discorso di una madre che sa che i suoi figli le sono stati dati per condurli al Cielo e non per farli dannare.
Ella dice, alla presenza del re: «Figlio mio, abbi pietà di colei che ti ha portato per nove mesi nel suo seno, che ti ha nutrito per tre anni col suo latte e che ti ha condotto fino all'età in cui ti trovi; guarda, figlio mio, questo bel cielo: tu ti trovi su questa terra unicamente per andarci; vedi i tuoi fratelli, che sono già sui loro troni di gloria, e che ti aspettano; sul loro esempio, dona volentieri la tua vita per il tuo Dio».
Queste parole ispirarono al fanciullo un così grande amore verso Dio che egli si volta verso il carnefice, dicendogli: «Che cosa aspetti? Credi forse che obbedirò ai tuoi ordini empi?
No, no, voglio mostrare che sono degno di camminare sulle tracce dei miei fratelli, che la tua crudeltà ha piazzato su tanti troni di gloria. Essi mi aspettano: li vedi che mi tendono le mani? Sì, io lascio, come loro, il mio corpo e la mia vita, in difesa della Legge del mio Dio».
Allora il re rimase così infuriato, vedendo che una donna con i suoi figli si prendevano gioco di lui, che lo fa soffrire ancora di più.
Gli fa tagliare i piedi e le mani...e finisce col gettarlo in una caldaia arroventata sul fuoco, e nella quale questo carnefice, nella sua gioia diabolica, godeva vedendolo torturato.
La madre resta sola, in mezzo alle membra sparse dei suoi figli; dovunque volga lo sguardo, ella vede i piedi, le mani, la pelle e la lingua dei suoi figli, gettati lì per terra, qua e là, intorno a lei, per torturarla ancora di più.
Antioco, non avendo più alcuna speranza di guadagnare la madre, le fece soffrire dei tormenti così crudeli, che ella morì tra i supplizi, benedicendo Dio per ciò che le aveva donato, e cioè la felicità di vedere tutti i suoi figli morire davanti a lei per salire in Cielo.
Così morì questa felice madre, che non lasciò la terra che per andare in Paradiso.
Madre felice! che hai ora sette figli che sono posti su sette troni di gloria!
O beati figli, che avete avuto una tale madre! che non vi ha messi al mondo che per condurvi al possesso di Dio! L'intero episodio in 2Maccabei cap.7; n.d.a.).
Quanto ad Antioco, questo tiranno sciagurato, la mano vendicatrice dell'Onnipotente, lo punì visibilmente; egli fu colpito da una piaga invisibile e incurabile, giusta punizione di un carnefice che aveva inventato tanti supplizi per far soffrire i servitori di Dio.
Egli cadde dal suo carro, e si ferì per tutto il corpo; le sue viscere brulicavano di vermi, le sue carni cadevano a brandelli; espandeva una puzza così insopportabile che nessuno poteva avvicinarglisi nè servirlo.
Sentendosi colpito dalla mano invisibile di Dio, fece grandi promesse e prese le migliori risoluzioni; ma lo Spirito Santo ci dice che soltanto la paura dei tormenti gli faceva fare tutto ciò.
Dio non ascoltò le sue preghiere, e questo principe sciagurato morì divorato dai vermi.
Ecco la fine ordinaria di questi empi che sembrano vivere solo per oltraggiare Dio, e per indurre gli altri al male.
Il buon Dio, stancandosi delle loro empietà, li colpisce e li getta all'inferno per ripulirne la terra.
Se la differenza, è stata così grande, durante la vita, tra Antioco e quella madre insieme ai suoi figli, adesso è ancora più grande: il re è all'inferno, mentre la madre e i suoi figli sono in cielo.
Oh! quanto sono pochi i cristiani, oggi, che siano pronti, non dico a dare la vita per il buon Dio, come hanno fatto quei giovani, ma nemmeno a sopportare la minima cosa pur di non violare le leggi della nostra santa religione!
Quanti ce n'è che non fanno nè confessione nè comunione pasquale? o che non fanno attenzione ai digiuni comandati dalla Chiesa, e che trascorrono questo tempo santo come tutti gli altri, senza mortificarsi, senza, forse, nemmeno privarsi di qualcosa nel cibo?
Ahimè! quanti altri frequentano i cabarets o, pur non facendo ciò, trascorrono questi giorni consacrati alla penitenza, senza fare una preghiera o una buona opera in più?
Quanti ce n'è che non hanno nessun problema a mancare all'ufficio della parrocchia, e che, forse, mancheranno tre domeniche di seguito, pur conoscendo molto bene di che cosa la Chiesa li minacci?
Quanti padri e padroni obbligano i loro figli e i loro domestici a lavorare nel santo giorno di Domenica, e quanti poveri figli restano, forse, per mesi interi senza assistere agli uffici sacri?
Ahimè! quanti padroni dannati!
Altri poi non si accontentano di violare le leggi della Chiesa, di disprezzarle, di deriderle, ma non fanno caso neppure alla Parola di Dio, che considerano solo come parola di un uomo.
Quanti, durante i sacri uffici, sono senza devozione, e lasciano vagare il loro spirito dove vuole! Essi sanno appena che cosa siano venuti a fare in chiesa, e sarebbero in grande imbarazzo se gli si chiedesse perchè vengono alla santa Messa!
Quanti si mettono a malapena in ginocchio!...
Non si ha nessuna difficoltà a mancare ai vespri, alle istruzioni, al rosario, alla “Via crucis” e alla preghiera della sera.
Vi sono di quelli che non fanno quasi mai una visita al Santo Sacramento, tra gli uffici, e trascorrono il santo giorno di domenica peggio degli altri giorni.
Oh! ma come possono tutti costoro, sperare di andare in cielo?
Come possono credere che il buon Dio userà misericordia verso di loro, in quel terribile momento in cui gli stessi santi più grandi hanno tremato? Questi, la cui vita è stata una sequenza di opere buone, e che, per qualche leggera colpa, hanno fatto tante penitenze?
Quanti altri ce n'è, tra questi poveri cristiani, che trascorrono intere giornate senza pensare al buon Dio e senza rientrare minimamente in se stessi, e cioè sulla loro misera vita, al fine di concepire orrore per i propri peccati ed eccitarsi a fare qualche buona azione, con lo scopo di attirare la misericordia di Dio su di loro?
Ecco, fratelli miei, la condotta del maggior numero dei cristiani dei nostri giorni: non si pensa minimamente alla propria salvezza, si è tutti occupati con gli affari temporali, si guarda la morte, come se non dovesse mai arrivare.
Eppure quel momento arriva per tutti, e se non abbiamo fatto niente per assicurarci il Cielo, allora tutti i nostri peccati si presenteranno in folla alla nostra memoria, insieme a tutte le grazie che abbiamo disprezzate, a tutte le buone opere che avremmo potuto fare ma che non abbiamo fatto.
Vedremo, in quel triste momento, tutte le anime che abbiamo fatto perdere con i nostri cattivi esempi, e che avremmo potuto condurre a Dio, se avessimo dato loro buoni esempi.
Ah! quante disgrazie attendono una persona che sia vissuta senza religione, senza penitenze, e senza esaminare a che cosa i comandamenti di Dio e della Chiesa li obbligassero!...
Non è così che si deve agire, non è così che hanno fatto i santi; essi avevano talmente a cuore di poter piacere a Dio e di salvare le proprie anime, che non soltanto evitavano i minimi peccati, ma passavano anche tutta la loro vita tra le buone opere, tra le lacrime e in continua penitenza.
Un gran numero di martiri hanno offerto la loro vita per assicurarsi il cielo, e ne abbiamo un bell'esempio nella storia dei santi del Nuovo Testamento.
Vi citerò quella di san Cosma e di san Damiano (per “Nuovo Testamento”, evidentemente, intende, in generale, il tempo della Chiesa, non i libri canonici; n.d.a.).
Costoro erano due fratelli gemelli. La loro madre, che era timorata del Signore, si prese ogni cura possibile per ispirare in loro l'amore di Dio; ella parlava loro spesso della felicità di quelli che danno la vita per Gesù Cristo.
Questi fratelli, che avevano solo buoni esempi davanti agli occhi, non potevano fare altro che imitare le virtù della loro madre.
O quale grazia, quale felicità per i figli, avere dei genitori saggi!
Oh! quanti poveri figli dannati, e che sarebbero in cielo, se avessero avuto dei genitori molto religiosi!
Mio Dio! è mai possibile che la mancanza di religione dei genitori, precipiti tante anime all'inferno?
Genitori disgraziati, che sembra che abbiano avuto i figli, solo per mandarli all'inferno!...
Come potrebbero dei figli che non hanno altro che cattivi esempi davanti agli occhi, praticare la virtù?
Forse che i figli saranno migliori dei genitori che non fanno nè pasque, nè confessioni, che non fanno nessuna preghiera, che si alzano e si coricano come le bestie da soma? genitori che hanno solo cattivi propositi sulla bocca; che arrivano al punto di deridere, di criticare la religione e coloro che la praticano, che volgono in ridicolo la confessione e coloro che si confessano?
I figli, io dico, saranno forse migliori dei loro genitori, che li lasciano vivere a loro agio, che permettono loro i giochi, le danze, i cabarets; che trascorrono forse essi stessi quasi intere notti, con ogni sorta di libertini?
Se un pastore, alla vista di esempi così cattivi, cerca di fargli riconoscere i loro errori e quelli dei loro figli, essi monteranno in collera, bestemmieranno, ne parleranno male, faranno mille obiezioni ai loro figli.
Oh! quanti poveri figli dovranno maledire il momento della loro nascita e i loro stessi genitori, i quali, lungi dall'aiutarli a salvarsi, si sono prestati a farli perdere, a causa della loro scarsa cura nel far conoscere ad essi i loro doveri religiosi e la gravità del peccato!...
Ahimè! frateli miei, un giorno riconoscerete molto bene tutto ciò!...
Ma ritorniamo ai nostri santi, che hanno avuto la fortuna di avere dei genitori così virtuosi!
Avendo terminati i loro studi, essi si resero molto esperti nella conoscenza della medicina.
La loro scienza era accompagnata dal dono della grazia, di modo che, andando semplicemente a trovare i malati, rendevano loro la salute: i ciechi vedevano, gli zoppi camminavano, i sordi udivano, e i demoni fuggivano alla loro sola presenza.
La fama di tante meraviglie, li faceva ammirare da tutti.
Ma questa alta reputazione, fu la causa del loro martirio.
Gli imperatori Diocleziano e Massimiano, avendo rinnovato la persecuzione contro i fedeli, inviarono loro il presidente Lisia, nella città di Egea, per cercarli e punirli, secondo la legge (Egea è una città della Cilicia, sede del martirio, secondo una tradizione qui seguita dal curato; secondo un'altra tradizione il martirio avvenne a Ciro, città della Siria, presso Antiochia; n.d.a.).
Quando Lisia giunse in questa città, gli furono denunciati i due medici, perchè, passavano di provincia in provincia, e operavano prodigi meravigliosi, nel Nome di colui che chiamavano Gesù Cristo.
Aggiungevano anche che in tal modo parecchi abbandonavano il culto degli idoli, per abbracciare una religione completamente nuova.
Lisia, in base a questo rapporto, li mandò a prendere.
Quando furono davanti a lui, disse loro pieno di collera: «Siete voi dunque quei seduttori, che vanno per città e province, sollevando il popolo contro gli dei dell'impero, col pretesto di far adorare loro un uomo crocifisso?
Da questo momento, se non rinunciate a questo Dio, e se non obbedite agli editti dell'imperatore, non c'è supplizio che non impiegherò per farvi soffrire. Ditemi il vostro nome e il vostro paese».
«Proveniamo dall'Arabia, e ci chiamiamo uno Cosma e l'altro Damiano; abbiamo altri tre fratelli che, come noi, adorano il vero Dio».
Quello ordinò che offrissero incenso al demonio.
Al loro rifiuto fece applicare loro delle torture, facendogli provare crudeltà spaventose. Tuttavia i santi martiri erano talmente fortificati dalla grazia di Dio, che non sentivano nemmeno i loro tormenti; essi gli dissero: «Ci fai soffrire molto debolmente; se hai altri supplizi, impiegali, perchè questi non li sentimo neppure».
Il prefetto, morendo dalla rabbia, e per sbarazzarsene al più presto, li fa gettare in mare. Ma un angelo ruppe i loro legami, li strappò dalle onde e li riportò sulla riva.
Il prefetto, attribuendo ciò al demonio, chiese loro di insegnargli i loro sortilegi, per potersene servire come loro.
«Noi non sappiamo, dissero i martiri, che cosa sia la magia. E' nel Nome di Gesù Cristo che facciamo tutto ciò; se vuoi farti cristiano, riconoscerai la verità ci quello che ti stiamo dicendo».
«Nel nome del dio Apollo, riprese Lisia, voglio operare lo stesso prodigio».
Questa bestemmia non era ancora uscita dalla sua bocca, che due demoni si impossessarono di lui, lo percossero senza misericordia e lo avrebbero ucciso se i santi non li avessero scacciati.
«Tu vedi bene, gli dissero, che i tuoi dei non sono altro che demoni, e che non cercano altro che di nuocerti; riconosci ora il nostro Dio, come l'unico vero Dio? Detesta dunque i tuoi idoli».
Malgrado questa grazia il prefetto rimase insensibile; anzi, fece condurre i suoi liberatori in prigione.
L'indomani li mandò a prendere, e vedendo che non riusciva a vincerli, fece accendere un grande fuoco e ve li fece gettare dentro.
Ma essi passeggiavano in mezzo al fuoco senza il minimo dolore; al contrario, erano come in un giardino di delizie, cantando cantici di azioni di grazie, e il fuoco che li rispettava, andò a bruciare gli idolatri, di cui un gran numero persero la vita.
Queste meraviglie avrebbero dovuto convertire il prefetto, ma non fecero altro che indurirlo ancora di più.
Allora li fece mettere sul cavalletto, su quale i carnefici li tormentarono fino a fargli perdere il respiro; in seguito ciascuno di loro fu appeso a una croce, per massacrarli a colpi di pietre; ma queste ritornavano con impeto su coloro che le gettavano.
Lisia, irritato per il fatto che non risciva nello scopo di farli morire, prese lui stesso delle pietre per gettargliele in testa, ma esse ritornarono su di lui con tanta forza che gli ruppero i denti.
Poi egli fece prendere delle frecce dai soldati, per lanciarle contro i santi; ma queste di nuovo, lungi dal nuocere loro, tornarono indietro e uccisero un gran numero di uomini e di donne che erano venuti a godersi lo spettacolo.
Il prefetto, disperando di farli morire con le torture, li fece decapitare.
Ecco cosa può fare la grazia in un buon cristiano e in quei figli che i genitori hanno allevato con cura, ispirando loro un grande amore di Do, un vero disprezzo dei beni di questo mondo e della stessa vita.
Beati figli e beati genitori!
Ecco, fratelli miei, come i genitori saggi salvano i loro figli!
Avete visto, d'altronde, come i genitori senza religione trascinano con sè all'inferno i loro poveri figli, con i loro cattivi esempi e con la scarsa cura che si prendono nell'educarli per bene nell'amore di Dio.
Finiamo, fratelli miei, dicendo che noi non siamo, è vero, esposti a così grandi prove, come questi santi, ma che, se volessimo fare buon uso delle pene che proviamo, potremmo meritare anche noi la corona del martrio (il martirio quotidiano delle “punture di spillo”, come diceva la grande piccola Teresa di Lisieux; n.d.a.).
Quante malattie, contraddizioni, umiliazioni, disprezzi!
Quante volte dobbiamo rinunciare alla nostra volontà, quanti sforzi dobbiamo fare per perdonare e per amare coloro che ci fanno del male!
Ebbene! fratelli miei, ecco il martirio che il buon Dio vuole che noi sopportiamo per meritare la stessa felicità di cui ora godono i santi.
Domandiamo spesso, fratelli miei, a questi buoni santi, di ottenerci questa forza, questo coraggio, nelle nostre prove di ogni giorno: così lavoreremo per piacere a Dio e per guadagnarci il cielo.
E' questa la felicità che vi auguro.