La morte del giusto


23ª Domenica dopo Pentecoste

La morte del giusto
«E' preziosa agli occhi del Signore la morte dei suoi giusti» (Salmo 116,15)

La morte, fratelli miei, è oggetto di turbamento e di terrore per il peccatore impenitente, che si vede costretto ad abbandonare i suoi piaceri.
Abbattuto dal dolore, assediato dal pensiero del giudizio che dovrà subire, divorato a dismisura dalla paura degli orrori dell'inferno, dove sarà ben presto precipitato, egli si vede come abbandonato dalle creature e da Dio stesso.
Ma, per una legge del tutto opposta, la morte riempie di gioia e di consolazione l'uomo per bene che sia vissuto secondo il Vangelo, che abbia camminato sulle tracce di Gesù Cristo stesso, e abbia soddisfatto alla giustizia divina con una vera penitenza.
I giusti guardano la morte come la fine dei loro mali, dei loro dolori, delle loro tentazioni e di tutte le loro miserie; essi la considerano come l'inizio della loro felicità; essa procura loro l'ingresso alla vita, al riposo e alla beatitudine eterna.
Ma, fratelli miei, non vi è nessun uomo, perfino il più scandaloso, che non desidererebbe e non si augurerebbe una simile morte preziosa.
Ciò che resta incomprensibile è il fatto che tutti noi desideriamo una buona morte, ma quasi nessuno si fornisce dei mezzi per rendersi felice.
E' un accecamento difficile da spiegare; tuttavia, poichè io desidero che tutti voi facciate una buona morte, vi insegnerò a vivere in modo tale da poter sperare questa felicità, mostrandovi:
1°- i vantaggi di una buona morte;
2°- i mezzi per renderla buona.
Se dovessimo morire due volte, potremmo rischiarne una delle due, ma non si muore che una volta sola, e dalla nostra morte dipende la nostra eternità.
Là dove l'albero cade, lì resta.
Se una persona si trova, al momento della morte, in qualche cattiva abitudine, la sua povera anima cadrà all'inferno; se, al contrario, è in buono stato, ella prenderà la strada del Cielo.
O felice cammino che ci conduce al godimento dei beni perfetti!
Anche se dovessimo passare per le fiamme del Purgatorio, siamo comunque sicuri di doverci arrivare.
Tuttavia ciò dipenderà dalla vita che avremo condotta: è certo che la nostra morte sarà conforme alla nostra vita: se saremo vissuti da buoni cristiani e secondo Dio, moriremo ugualmente da buoni cristiani, per vivere eternamente con Dio.
Al contrario, se viviamo secondo le nostre passioni, nei piaceri e nel libertinaggio, moriremo infallibilmente nel peccato.
Non dimentichiamo mai questa verità, che ha convertito tanti peccatori: dove l'albero cadrà, lì resterà per sempre.
Ma, fratelli miei, la morte, di per se stessa, non è così spaventosa come si vuol credere, poichè sto solo a noi renderla felice, bella e gradevole.
San Girolamo era prossimo a morire; poichè i suoi amici glielo avevano annunciato, egli sembrò riunire tutte le sue forze per gridare: «O felice e buona notizia! o morte, vieni presto! ah! da quanto tempo ti desidero! vieni a liberarmi da tutte le miserie di questo mondo! Vieni, sei tu che mi dovrai congiungere al mio Salvatore!».
Poi, rivolgendosi ai presenti: «Amici miei, per non temere la morte e trovarla dolce, bisogna camminare sul sentiero che Gesù Cristo ci ha tracciato, e mortificarsi continuamente».
Infatti, è nell'ora della morte che un buon cristiano comincia a essere ricompensato del bene che ha potuto fare durante la sua vita; in quel momento, il cielo sembra aprirsi per fargli gustare la dolcezza dei beni celesti.
Eccovi, su questo argomento, un bell'esempio.
San Francesco di Sales, visitando la sua diocesi, fu pregato di venire presso un buon contadino ammalato, che desiderava ardentemente, prima di morire, ricevere la sua benedizione.
In tutta fretta, il santo vescovo si recò presso di lui e trovò in quel moribondo una lucidità ancora molto sana.
Infatti il malato testimoniò al suo vescovo la gioia che provava nel vederlo, e chiese di confessarsi.
Quando ebbe finito, vedendosi solo con il santo prelato, gli rivolse questa domanda: «Monsignore, dovrò morire presto?».
Il santo, credendo che la paura inducesse questo malato a fare quella domanda, gli rispose per rassicurarlo, che aveva visto certi malati riprendersi da condi zioni peggiori delle sue, e che del resto doveva porre la sua fiducia in Dio, al quale solo appartiene la nostra vita come la nostra morte.
«Ma di nuovo, monsignore, credi che morirò?».
«Figlio mio, a questa domanda un medico saprebbe rispondere meglio di me; tutt' al più, ti dirò che la tua anima è in buono stato e, forse, in un altro momento non avresti disposizioni tanto buone.
Quello che puoi fare di meglio è abbandonarti interamente alla Provvidenza e alla Misericordia di Dio, affinchè disponga di te secondo il suo beneplacito».
«Monsignore, riprese il contadino, non è affatto la paura di morire che mi fa chiedere se morirò di questa malattia, ma piuttosto la paura di dover vivere ancora più a lungo».
Il santo, sorpreso da un discorso così straordinario, e sapendo che solo una grande virtù o un'eccessiva tristezza potevano essere capaci di far nascere il desiderio della morte, domandò al malato da dove gli venisse questo disgusto per la vita.
«Oh! monsignore, gridò il malato, questo mondo è così poca cosa! io non so come si possa amare questa vita. Se il buon Dio non ci costringesse a restarvi fino a che Egli non ci chiami, già da lungo tempo io non esisterei più».
«E' forse la sofferenza, la povertà, che ti ha disgustato tanto della vita?».
«No, monsignore, ho trascorso una vita molto serena fino all'età di settant'anni, in cui ora mi vedi, e, grazie a Dio, non so che cosa sia la povertà».
«Ma forse hai avuto qualche delusione da parte di tua moglie o dei tuoi figli?».
«Niente affatto; essi non mi hanno mai causato il minimo dispiacere, e hanno sempre cercato di rendermi felice; l'unica cosa che rimpiangerei, se lasciassi questo mondo, sarebbe di doverli abbandonare».
«Ma perchè dunque desideri la morte con tanto ardore?».
«E' perchè ho sentito raccontare nelle prediche tante meraviglie sull'altra vita, e sulle gioie del Paradiso, che questo mondo è diventato per me come la cella di una prigione».
Poi dopo, parlando dall'abbondanza del cuore, questo contadino aggiunse delle cose così belle e così sublimi intorno al Cielo, che il santo vescovo si ritirò rapito d'ammirazione, e fece profitto lui stesso da questo esempio, per animarsi a disprezzare le cose create e a sospirare verso la felicità del Cielo.
Non avevo forse ragione nel dirvi che la morte è dolce e consolante, per un buon cristiano, poichè essa lo libera da tutte le miserie della vita e lo mette in possesso dei beni eterni?
O vita miserabile! come ci si può attaccare così fortemente a te?...
Giobbe ci dice alcune parole riguardo a che cosa sia la vita: «L'uomo vive per pochissimo tempo, e la sua vita è piena di miserie. Come un fiore, che non è ancora sbocciato e già appassisce. Egli è come l'ombra che passa e fugge».
Infatti non c'è nesssun animale al mondo che sia così pieno di miserie, come l'uomo.
Dalla testa ai piedi, non c'è un membro che non sia soggetto a ogni sorta di malattie.
Senza contare le paure, i terrori per dei mali che, molto spesso, non ci accadranno mai.
E la morte, fratelli miei, ci libera da tutte queste miserie.
San Paolo, scrivendo agli Ebrei dice loro: «Noi siamo qui come dei poveri esuli, che non hanno una città permanente, ma ne cerchiamo una che è nell'altro mondo».
Quale gioia, fratelli miei, per una persona che è stata bandita dal suo paese, e condotta per lunghi anni in schiavitù, allorchè le si annuncia che il suo esilio è finito, che può ritornare nella sua patria, vedere i suoi parenti e i suoi amici!
Ora, la stessa felicità attende un'anima che ama Dio, e languisce quaggiù, nel desiderio di andare a vederlo in cielo, tra i santi, che sono i suoi veri parenti e amici.
Ella sospira dunque ardentemente, verso il momento della sua liberazione.
La morte, fratelli miei, è per l'uomo perbene, ciò che il sonno è per il lavoratore, che gioisce all'avvicinarsi della notte, quando troverà riposo per le fatiche della giornata.
La morte libera il giusto dalla prigione del suo corpo; è ciò che faceva dire a san Paolo: «Ah! disgraziato che io sono! Chi mi libererà da questo corpo di morte?».
«Trai fuori, mio Dio, diceva il santo re Davide, tira fuori la mia anima dalla prigione di questo corpo, perchè i giusti mi attendono, finchè mi avrai dato la mia ricompensa. Ah! chi mi darà ali come di colomba?».
E la sposa del Cantico: «Se avete visto il mio diletto, ditegli che languisco d'amore».
Ah! la nostra povera anima è nel nostro corpo, come un diamante nel fango.
O felice morte, che ci liberi da tante miserie!...
San Gregorio racconta che un pover'uomo, di nome Preneste, da molto tempo paralizzato in tutte le sue membra, essendo vicino a morire, pregava i suoi assistenti di cantare.
Gli chiesero perchè, e che cosa mai potesse rallegrarlo nella condizione in cui si trovava.
«Ah! disse, è perchè la mia anima, ben presto, lascerà il mio corpo! Tra un po' sarò liberato da questa prigione».
Dopo che ebbero pregato un momento, essi sentirono una musica soave di angeli.
«Oh! disse loro il moribondo, non sentite gli angeli che cantano? lasciateli, lasciateli cantare!», e morì.
Immediatamente si diffuse attorno a lui un odore così piacevole, che la stanza ne fu profumata.
In quest'esempio, fratelli miei, vediamo realizzarsi alla lettera ciò che Dio dice per bocca del profeta Isaia: «Alzati Gerusalemme, mia diletta, svegliati, perchè hai bevuto dalla mia mano, fino alla feccia, il calice della mia collera..., tutti i mali si sono abbattuti, insieme, sopra di te...
Ascolta, Gerusalemme, povera città, tu non berrai più in futuro il calice della mia indignazione...; rivestiti della tua forza, Sion; rivestiti con gli abiti della gloria... Sollevati dalla polvere, e rompi le catene del tuo collo!...».
Chi potrebbe comprendere, fratelli miei, la grandezza delle gioie di santa Ludvina?
Dopo ventisette anni di malattia, corrosa da un cancro e divorata dai vermi, vedendosi alla fine dei suoi mali, ella gridò: «O felicità! tutti i miei mali sono finiti!... Felice notizia! Preziosa morte, affrettati! E' tanto tempo che ti desidero!».
Quale soddisfazione per san Clemente martire, allorchè dopo trent'anni di prigione e di supplizi, gli vennero ad annunciare la sua condanna a morte!
«O felice notizia! gridò; addio prigione, torture e carnefici! ecco arrivato finalmente, il termine della mia vita e delle mie sofferenze.
O morte, come sei preziosa! ah! non tardare più!... o morte tanto desiderata, vieni a mettere il sigillo alla mia felicità, perchè potrò riunirmi al mio Dio!...».
Com'è dunque felice un cristiano, se ha la fortuna di camminare sulle tracce del suo Maestro!...
Ma in cosa consiste la vita di Gesù Cristo?
Eccola, fratelli miei.
Essa consiste in tre cose, e cioè: le preghiere, le azioni e le sofferenze.
Voi potete vedere che nella sua vita pubblica, il Salvatore si è spesso ritirato in disparte, per pregare, e che era sempre in azione per la salvezza delle anime.
Ora, bisognerebbe, fratelli miei, che il pensiero di Dio ci fosse così naturale come il respiro (espressione spesso usata dal curato, ereditata dagli antichi padri del deserto; ma il pensiero di Dio non è un atto cervellotico e forzato, ma è uno stato profondo e spontaneo dell'anima, al di là di ogni pensiero, desiderio e della stessa consapevolezza esplicita; n.d.a.).
Durante la sua vita di preghiera e di azione, Gesù Cristo ha molto sofferto, sia la povertà, sia le persecuzioni, sia le umiliazioni, e ogni sorta di maltrattamento.
«La mia vita, ci dice per mezzo del suo profeta, viene meno per il dolore, i miei anni passano nel gemito, e la mia forza si è fiaccata nella povertà».
La vita di un buon cristiano, può essere altra cosa che quella di un uomo appeso alla croce con Gesù Cristo?
Ogni giusto è un crocifisso.
Noi vediamo che i santi hanno trovato tanto piacere nel dolore, che sembravano non potersene saziare.
Guardate quel grande papa Innocenzo I: era coperto di ulcere dai piedi alla testa, e tuttavia non era ancora contento, e sospirava senza sosta verso nuove sofferenze.
Le chiedeva ogni giorno a Dio nelle sue preghiere: «Mio Dio, diceva, accresci i miei dolori, dammi delle malattie ancora più crudeli, purchè Tu mi doni nuove grazie!».
«Perchè, gli chiedevano, domandi a Dio un supplemento di sofferenze? sei già ricoperto di piaghe».
«Voi non sapete com'è grande il merito delle sofferenze. Ah! se poteste comprendere quanto valga il dolore, come lo amereste anche voi!».
Sant'Ignazio martire, temendo che i leoni e le tigri venissero a leccargli i piedi, come era successo qualche volta, fece udire queste belle parole: «Quando potrò baciarvi, bestie feroci, voi che siete state preparate per il mio supplizio? Quando potrò accarezzarvi? Se non vorrete divorarmi, io vi ecciterò, affinche vi scagliate contro di me con maggiore furore; io vi spingerò, perchè vi affrettiate a divorarmi».
Egli scriveva ai suoi discepoli: «Vi scrivo per annunciarvi quanto io sia felice! vado a morire per Gesù Cristo, mio Dio! Tutto quello che vi chiedo è di non fare nulla per strapparmi alla morte; lo so io ciò che mi è più vantaggioso. Sono il frumento di Dio. Bisogna che io sia stritolato tra i denti dei leoni per divenire un pane, degno di Gesù Cristo».
Ascoltate ancora sant'Andrea che grida, alla vista della croce sulla quale sta per perdere la vita: «O felice croce, per mezzo di te sto per essere riunito al mio Maestro! ah! croce benedetta, ricevimi fra le tue braccia, poichè dalle tue braccia io sarò ricevuto in quelle del mio Dio!».
La folla, vedendo questo buon vegliardo appeso alla croce, voleva fare a pezzi il proconsole e liberare il santo.
«No, figli miei, gridò loro sant'Andrea dall'alto della sua croce, lasciatemi, lasciatemi concludere una vita così miserabile, poichè di là, raggiungerò il mio Dio».
San Lorenzo è disteso su una griglia di ferro; le fiamme, che altre volte hanno risparmiato i tre fanciulli nella fornace di Babilonia, lo bruciano impietosamente.
Egli si è già arrostito da un lato, e per tutta ricompensa, chiede di essere girato dall'altro lato, affinchè nel cielo, tutte e due le parti del suo corpo siano gloriose.
Senza dubbio, fratelli miei, questi esempi sono un miracolo della grazia, che si dimostra onnipotente in coloro che amano Dio; è quello che dice san Paolo (Filippesi 4,13).
Una certa signora romana era torturata da violenti dolori che provava allo stomaco: ella preferì meglio morire, piuttosto che bere una goccia di vino che le si voleva far prendere.
San Gregorio ci racconta quest'episodio di un povero ma celebre mendicante, il quale, essendo rimasto per parecchi anni paralitico, non potendo muoversi, sulla paglia su cui giaceva, soffriva dolori inconcepibili, e tuttavia non cessava per un solo istante della sua vita di benedire il suo Dio.
Egli morì cantando le sue lodi.
Ah! dice sant'Agostino, com'è consolante morire con la coscienza in pace!
Il riposo dell'anima e la tranquillità del cuore sono i doni più preziosi che possiamo ottenere, ci dice lo Spirito Santo: non c'è piacere paragonabile alla gioia del cuore! (Siracide 30,16).
Il giusto, dice il medesimo dottore, non teme la morte, poichè essa lo riunirà al suo Dio e lo porrà in ogni genere di delizie.
Guardate la gioia che i santi fanno trasparire sul loro volto, sul punto di morire...
Guardate, ci dice san Giovanni Crisostomo, il coraggio e la gioia con la quale san Paolo va a Gerusalemme, benchè sia certo dei maltrattamenti che lo attendono: «Io so che per me non ci saranno altro che tribolazioni e catene; conosco le persecuzioni e i mali che vi soffrirò; ma non importa, io non temo nulla, perchè sono persuaso che ho a che fare con un buon Maestro che non mi abbandonerà mai; Gesù Cristo stesso è la mia cauzione e le mia garanzia».
E vedendo piangere i suoi discepoli, l'apostolo aggiungeva: «Cosa fate, piangendo e affliggendo il mio cuore? io sono pronto non soltanto a essere incatenato, ma anche a morire a Gerusalemme, per il Nome del mio Signore Gesù» (Atti 20).
Noi non siamo sicuri, è vero, di essere come san Paolo gli amici del buon Dio; tuttavia, sebbene peccatori, se avremo confessato i nostri eccati con un sincero pentimento, e se ci saremo sforzati di soddisfare, come meglio abbiamo potuto, con la preghiera e con la penitenza; ma, soprattutto, se al grande dolore per i nostri peccati, viene ad aggiungersi un amore ardente per il buon Dio, noi possiamo avere fiducia: i nostri peccati sono stati annegati nel Sangue prezioso di Gesù Cristo, come l'armata del faraone nel mar Rosso.
Fratelli miei, vi erano tre croci sul Calvario, quella di Gesù Cristo, che è la croce dell'innocenza: ma non possiamo aspirare a quella, perchè noi siamo peccatori.
Poi c'era quella del buon ladrone, la croce della penitenza: questa deve essere la nostra.
Imitiamo il buon ladrone, che approfittò degli ultimi istanti della sua vita, per pentirsi, e per salire dalla croce al Cielo.
Gesù Cristo glielo annunciò: «Oggi stesso tu sarai con me nel Paradiso».
L'ultima croce è quella del cattivo ladrone; noi dobbiamo lasciarla a quei peccatori che vogliono morire nel loro peccato...
Quanto a noi, fratelli miei, noi possiamo certamente, se lo vogliamo, appartenere al numero di coloro che fanno una buona morte.
Nel momento della morte, tutto ci abbandona: i beni, i parenti e gli amici; ma in quel momento, ciò che è un supplizio per un peccatore, procura al giusto una grande gioia.
Ditemi, quale rimpianto potrebbe mai provare un buon cristiano nella sua ultima ora?
Potrebbe mai rimpiangere quei beni che ha disprezzato per tutta la vita?
Il suo corpo? egli lo considera come un crudele nemico, che lo ha messo più volte nel pericolo di perdere la sua anima.
Oppure rimpiangerà i piaceri del mondo?
No, senza dubbio, poichè ha trascorso la sua vita tra i gemiti, la penitenza, e le lacrime.
No, fratelli miei, egli non rimpiangerà nulla di tutto ciò.
La morte non fa altro che separarlo da ciò che egli ha sempre odiato e disprezzato, e cioè, il peccato, il mondo e i piaceri.
Andandosene, egli porta con sè tutto ciò che ha amato di più: le sue virtù e le sue buone opere; egli abbandona ogni sorta di miserie per andare a prendere possesso di ricchezze innominabili; egli lascia il combattimento, per andare a godere la pace; lascia un nemico crudele, il demonio, per andare a riposarsi nel seno del migliore di tutti i padri.
Sì, le sue buone opere lo conducono in trionfo davanti a Dio, che gli appare non come un giudice, ma come un tenero amico, che dopo aver compatito le sue sofferenze, non desidera nient'altro che ricompensarlo.
Il profeta Isaia ci insegna che le nostre buone opere andranno a sollecitare la bontà di Dio, ci apriranno la porta del Paradiso, e ci assegneranno un posto in cielo.
E' perfettamente vero che le nostre opere ci accompagneranno.
Ecco un bell'esempio del pio re Ezechia.
Lo Spirito Santo ci mostra questo re ornato di tutti meriti dei giusti.
Egli si attacca con tutto il suo cuore alla pratica delle buone opere, la sua intenzione è pura, il motivo di tutte le sue azioni è unicamente quello di piacere a Dio.
Egli osserva fedelmente, e con grande rispetto, tutte le cerimonie della legge.
Ma cosa accadde? Ecco.
Tutto gli era riuscito durante la sua vita, ma all'ora della morte, tutta la sua magnificenza e le sue ricchezze, che erano molto grandi, lo abbandonarono; i suoi sudditi più fedeli furono costretti a lasciarlo; solo le sue opere non lo abbandonarono affatto.
A causa di esse, egli prega Dio di fargli grazia: «Ti scongiuro, Signore, ricordati che ho camminato sempre davanti a Te con un cuore puro e retto; ho sempre cercato ciò che pensavo che ti fosse più gradito». (Isaia 38).
Questa è, fratelli miei, la fine felice di una persona che ha lavorato per tutta la vita a fare bene tutto quello che faceva, con l'intenzione di piacere a Dio solo.
«Felici, dice san Giovanni, coloro che muoiono nel Signore, perchè le loro opere li seguono!» (Apocalise 14,13).
Sì, fratelli miei, porteremo con noi ciò che è più prezioso; i beni passeggeri li lasceremo sulla terra, e quello che dovrà durare eternamente ci seguirà.
Il solitario sarà accompagnato dal suo silenzio, dal suo ritiro e da tutte le sue orazioni; il religioso sarà accompagnato dalle sue macerazioni, dai suoi digiuni e astinenze; il sacerdote da tutte le sue fatiche apostoliche.
Lì vedrà tutte le anime che ha convertito e che saranno la sua ricompensa e la sua gloria; il cristiano fedele ritroverà tutte le buone confessioni e le buone comunioni che avrà fatto, tutte le virtù che avrà praticato durante la sua vita.
Felice morte, fratelli miei, è quella del giusto!
Ascoltate il profeta Isaia: «Dite al giusto che è felice, perchè raccoglierà il frutto delle sue opere».
Converrete dunque che la morte del giusto è molto preziosa agli occhi di tutti gli uomini; se un sacerdote va a visitare un tale moribondo, la sua sola presenza lo confermerà nella fede e nella speranza; se gli si parlerà di Dio e delle sue grazie, subito il suo amore s'infiammerà come una fornace ardente; se gli si parla degli ultimi sacramenti, cosa che fa agghiacciare di terrore e di spavento un peccatore, egli invece è inondato da un torrente di delizie, perchè il suo Dio verrà nel suo cuore, per condurlo con Lui in Paradiso.
San Gregorio ci racconta che sua zia, santa Tersilla, essendo prossima a morire, gridò piena di trasporto: «Ah! ecco il mio Dio! ecco il mio Sposo!», e spirò in uno slancio d'amore.
Guardate ancora san Nicola da Tolentino.
Durante i suoi ultimi giorni di malattia, allorchè ebbe ricevuto il Corpo del Salvatore, si udirono degli angeli cantare nella sua camera; quando quei canti furono cessati, morì: gli angeli lo condussero in cielo in loro compagnia.
Santa Teresa, essendo apparsa tutta raggiante di gloria a una religiosa del suo ordine, le rivelò che Nostro Signore fu presente alla sua morte e che aveva condotto la sua anima in cielo.
Felice quell'anima che potrà essere assistita nella sua morte da Gesù Cristo stesso!...
Com'è dolce e consolante morire nell'amicizia di Dio!...
Non è forse questa una prima ricompensa del bene che si sia potuto fare durante la vita?
Lo so, fratelli miei, che tutti noi desideriamo fare una buona morte, ma non basta desiderarlo, bisogna anche faticare per meritare questa felicità, questa grande felicità.
Volete conoscere che cosa ci può procurare questo bene? Eccolo, in poche parole.
Tra i mezzi che dobbiamo usare per ben morire, ne scelgo tre, che con la grazia di Dio, ci condurranno infallibilmente a una buona morte.
Dobbiamo preperarci:
1°- con una santa vita;
2°- con una vera penitenza, quando abbiamo peccato;
3°- con una perfetta conformità della nostra morte a quella di Gesù Cristo.
Si muore, ordinariamente, come si èvissuti: è questa una grande verità che la Scrittura e i santi Padri affermano in diversi punti.
Se vivete come buoni cristiani, siete sicuri di morire da buoni cristiani; ma se vivete male, siate certi che farete una cattiva morte.
Il profeta Isaia ci dice: «Maledetto l'empio che non pensa che a fare del male, perchè sarà trattato come merita: alla morte riceverà il salario per le opere delle sue mani».
E' anche vero, tuttavia, che a volte può succedere un vero miracolo: cominciare male e finire bene; ma ciò accade così raramente che, secondo san Girolamo, la morte è ordinariamente l'eco della vita; credete voi che in quel momento ritornerete al buon Dio? No? e allora morirete male.
Ma se, toccati dal pentimento, comincerete a vivere cristianamente, voi sarete nel numero di quei penitenti che inteneriscono il cuore di Dio e si guadagnano la sua amicizia.
Sebbene meno ricchi (di opere buone), essi andranno in cielo, ed è precisamente di loro che Dio si serve per manifestare la sua Misericordia.
Lo Spirito Santo ci dice: «Se avete un amico, fategli del bene prima della vostra morte».
Eh! fratelli miei, possiamo avere un amico migliore della nostra stessa anima? Facciamo per lei tutto ciò che possiamo, poichè nel momento in cui vorremo farle del bene, non lo potremo più!...
La vita è breve. Se differite la vostra conversione fino all'ora della morte, siete dei ciechi, poichè non sapete nè il momento nè il luogo dove morirete, forse senza nessun aiuto.
Chi lo sa se non andrete a comparire questa notte stessa, coperti di peccati, davanti al tribunale di Gesù Cristo?...
No, fratelli miei, non è questo che vi deve succedere; dovete invece purificarvi, e tenervi sempre in stato di comparizione davanti al vostro giudice.
Ecco un esempio che vi farà vedere che colui che ritarda di giorno in giorno il suo ritorno a Dio, morirà come è vissuto.
Il cardinale Pier Damiani ci racconta che un religioso aveva trascorso la maggior parte della sua vita attaccando brighe e litigando con i suoi fratelli.
Essendo in letto di morte, i suoi fratelli lo scongiurarono di confessare i suoi peccati, di chiedere perdono a Dio, e di farne penitenza, insieme a un buon proposito di non ricaderci più, se gli fosse stata resa la salute.
Ma non riuscirono a tirargli fuori una sola parola.
Ma un po' più tardi, avendo ripreso la parola, parlò con loro, ma di che cosa? ahimè! di ciò che era stato l'argomento delle sue conversazioni durante la sua vita: di processi e di altri affari.
I suoi confratelli lo supplicavano di pensare alla sua povera anima, ma tutto fu inutile; poi si addormentò e morì così, senza dare il minimo segno di pentimento.
Sì, fratelli miei, come la vita, tale la morte.
Non sperate in un miracolo che Dio non fa che raramente; vivete nel peccato? morirete pure nel peccato.
Un grande numero di esempi ci dimostra che dopo una vita cattiva, non dobbiamo attenderci una buona morte.
Leggiamo nella Sacra Scrittura, che Abimelech, principe fiero e orgoglioso, s'impadronì del regno che doveva condividere con i suoi fartelli, e li fece morire per poter regnare da solo.
Mentre attaccava una piazza, essendosi gli assediati rifugiati in una torre, vi si avvicinò per appiccarvi il fuoco.
Una donna che lo vide dall'alto di un bastione, gli gettò una pietra e gli ruppe la testa.
Questo disgraziato, sentendosi ferito, chiamò il suo scudiero e gli disse: «Estrai la spada e trafiggimi...Fammi morire subito, per risparmiarmi la vergogna di essere stato ucciso da una donna».
Quale strana condotta, fratelli miei! E' stato forse il primo principe che sia stato ferito così?
Perchè dunque ha voluto che il suo scudiero lo uccidesse? Ahimè! è perchè è stato per tutta la vita un ambizioso!..
Saul ritornava dall'aver attaccato battaglia contro gli Amaleciti; la sorte delle armate era molto incerto; si sentiva perduto, poichè era già ferito, e vedeva l'armata nemica pronta a scagliarsi su di lui. Appoggiandosi sulla spada, e vedendo venire dietro di lui un soldato, gli disse: «Vieni qui, amico mio, chi sei tu?».
«Sono un amalecita».
«Ebbene! fammi una grazia: gettati su di me e uccidimi, perchè sono distrutto dal dolore; io non saprei morire, finiscimi!».
E perchè, fratelli miei, questo miserabile volle morire per mano di un amalecita? Era forse l'unico principe che avesse perduto una battaglia?
Non vi meravigliate di ciò, ci rispondono i santi Padri, è un principe che, durante la vita, si è abbandonato ai vizi, si è lasciato dominare dall'invidia, dall'avarizia, e da ogni sorta di passioni.
Perchè muore in una maniera così disonorevole? E' perchè è vissuto male.
Tutti sanno che Assalonne era stato per tutta la sua vita disobbediente e ribelle al suo buon padre Davide.
L'ora della sua morte, che Dio aveva segnato da tutta l'eternità, essendo ormai arrivata, mentre passava sotto un albero, vi rimase sospeso per i capelli.
Joab, avendolo visto, gli tirò tre colpi di freccia.
Da dove deriva, fratelli miei, la fine disgraziata di questo principe, se non dal fatto che per tutta la vita non era stato che un cattivo figlio?
Muore in quel modo, perchè era vissuto male.
Vedete dunque chiaramente, fratelli miei, che se vogliamo fare una buona morte, dobbiamo condurre una vita cristiana e fare penitenza per i nostri peccati; dobbiamo esercitare in noi stessi, con la grazia di Dio, un'umiltà profonda, in un cuore pieno di rammarico per avere offeso un Maestro così buono.
Ma un terzo mezzo per prepararci a ben morire, è quello di modellare la nostra morte su quella di Gesù Cristo.
Quando si porta il buon Dio a un malato (il viatico),gli si porta anche la croce; e non lo si fa solo per scacciare il demonio, ma ancor più perchè il Salvatore crocifisso serva da modello al moribondo, affinchè, gettando lo sguardo sull'immagine di un Dio crocifisso per la sua salvezza, si prepari alla morte come Gesù Cristo si è preparato.
La prima cosa che fece Gesù Cristo prima di morire, fu quella di separarsi dai suoi apostoli; un malato deve fare altrettanto, deve allontanarsi dal mondo, e distaccarsi più che può dalle persone che gli sono state più care, per non occuparsi più che di Dio solo e della sua salvezza.
Gesù Cristo, sapendo che la sua morte era vicina, si prostrò con la faccia a terra nel giardino degli ulivi, pregando con insistenza.
Ecco cosa deve fare un malato all'avvicinarsi della morte; deve pregare con fervore e, nella sua agonia, unirsi all'agonia di Gesù Cristo.
Il malato che voglia rendere il suo male meritorio, deve accettare la morte con gioia o, almeno, con una grande sottomissione alla Volontà del suo Padre celeste, pensando che bisogna assolutamente morire prima di andare a vedere Dio, e che sta lì tutta la nostra felicità.
Sant'Agostino ci dice che colui che non vuole morire, porta il marchio di un dannato.
Oh! fratelli miei, com'è felice, un cristiano che sia vissuto bene, in quest'ultimo momento!
Egli abbandona ogni sorta di miserie, per entrare in possesso di ogni sorta di beni!...
Felice separazione! Essa ci unisce al nostro sommo Bene, che è Dio stesso!...
E' quello che vi auguro.