
22ª
Domenica dopo Pentecoste
«Rendete dunque a Cesare, quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio» (Matteo 22,21)
Rendere a Dio quello che è di Dio, e al prossimo quello che gli è dovuto.
Se tutti i cristiani seguissero questa strada, l'inferno non ne conterebbe nessuno tra i suoi abitanti, e il cielo sarebbe popolato.
«Ah! piacesse a Dio, ci dice il grande Ilario, che gli uomini non perdessero mai di vista questo precetto!».
Ma, ahimè! quanti si illudono, e trascorrono la loro vita a ingannare l'uno e a derubare l'altro!
Sì, fratelli miei, non vi è niente di più comune delle ingiustizie, e niente di più raro delle restituzioni.
Il profeta Osea aveva ben ragione di dire che le ingiustizie e i latrocini coprivano la faccia della terra, e che essi sono simili al diluvio che ha devastato l'universo!
Ah! disgraziatamente, tanti sono i colpevoli, e altrettante sono le persone che non lo vogliono riconoscere.
O mio Dio! quanti ladri la morte farà venire allo scoperto!
Per convincervi di ciò, fratelli miei, vi mostrerò:
1°- che un bene acquistato male, non è mai vantaggioso;
2°- in quante maniere voi fate un torto al vostro prossimo;
3°- come e a chi dovete restituire ciò che non vi appartiene.
Noi siamo così ciechi che passiamo la nostra vita a cercare di ammassare dei beni che, nostro malgrado, perderemo, mentre lasciamo perdere quelli che potremmo conservare per tutta l'eternità.
Le ricchezze di questo mondo non sono degne che di disprezzo, per un cristiano, ma è precisamente dietro di loro che noi corriamo.
L'uomo dunque è un insensato, poichè agisce in una maniera del tutto contraria al fine per il quale Dio lo ha creato.
Non voglio parlarvi, fratelli miei, di coloro che prestano a usura, al sette, otto, nove e dieci per cento; lasciamo da parte costoro.
Bisognerebbe, per far loro percepire tutta la gravità e la tenebrosità della loro ingiustizia e della loro crudeltà, che uno di quei vecchi usurai che da tremila o quattromila anni bruciano all'inferno, venissero a far loro il resoconto dei tormenti che subiscono, e di cui le loro mille ingiustizie sono la causa.
No, non è questo il mio progetto.
Costoro sanno bene di fare male, e che mai Dio perdonerà loro, se non restituiscono a quelli che hanno danneggiato.
Tutto ciò che potrei dire loro, non farebbe che renderli ancora più colpevoli.
Ma entriamo in certi altri dettagli che riguardano un maggior numero.
Io affermo che un bene acquistato ingiustamente non farà mai arricchire colui che lo possiede.
Al contrario, sarà una fonte di maledizione per tutta la sua famiglia.
O mio Dio, com'è cieco l'uomo!
Egli è perfettamente convinto che non è venuto in questo mondo che per un breve istante; ad ogni momento ne vede partire di più giovani e di più robusti di lui; ma non gli importa, ciò non gli fa aprire affatto gli occhi.
Lo Spirito Santo ha un bel dire, per bocca del sant'uomo Giobbe, che egli è venuto al mondo spoglio di tutto, e che ne uscirà allo stesso modo; che tutti i suoi beni, dietro ai quali corre, lo abbandoneranno tutti, nel momento in cui meno se lo immagina; ma tutto ciò non lo ferma ancora.
San Paolo afferma che colui che cerca di diventare ricco per vie ingiuste, non tarderà a cadere in grossi sbandamenti; ma ancora di più, che egli non vedrà mai il Volto di Dio (1Timoteo 6,9).
Questo è così vero che, senza un miracolo della grazia, un avaro o, se volete, una persona che abbia acquistato qualche bene con la frode o per astuzia, non si convertirà quasi mai; tanto questo peccato acceca chi lo commette.
Ascoltate come sant'Agostino si rivolge a coloro che possiedono un bene altrui.
«Avrete un bel da fare, dice loro, a confessarvi, potrete anche fare penitenze e piangere i vostri peccati: se non restituite, appena potete, Dio non vi perdonerà mai!»
Tutte le vostre confessioni e tutte le vostre comunioni non saranno altro che sacrilegi, che accumulerete gli uni sopra gli altri.
O restituite ciò che non è vostro, o dovete rassegnarvi ad andare a bruciare all'inferno!
Lo Spirito Santo non si accontenta soltanto di proibirci di prendere e di desiderare il bene del nostro prossimo, ma non vuole nemmeno che lo guardiamo, per timore che questa vista ci faccia mettere le mani sopra (gli occhi sono la “colla” dell'anima: tutto ciò che di bene o di male passa attraverso gli occhi, s'incolla sull'anima; n.d.a.).
Il profeta Zaccheo ci dice che la maledizione del Signore resterà sulla casa del ladrone, fino a che non venga distrutta.
E io vi dico che non solamente il bene acquistato con frode o con astuzia non vi gioverà, ma che sarà la causa per cui anche i vostri beni, acquisiti legittimamente, periranno, e i vostri giorni saranno abbreviati (a supporto del ragionamento del curato si ricordi che Gesù definisce, per ben due volte: Luca 16,9 e 11, “disonesta” la ricchezza: “mamonà tes adikìas”, perchè è molto difficile che, chi si è arricchito, non lo abbia fatto con astuzia e ruberie varie: devono “restituire” ai poveri che hanno derubato, e che, per colpa loro, muoiono di fame, quella porzione di pianeta che era destinata a loro!; n.d.a.).
Se dubitate di quello che ho detto, ascoltatemi un istante, e vi convincerete.
Leggiamo nella Sacra Scrittura, che il re Acab, volendo ingrandire il suo giardino, andò a trovare un uomo, di nome Nabot, per domandargli di vendergli la sua vigna: «No, gli disse Nabot, perchè è l'eredità dei miei padri, voglio conservarla».
Il re restò così indignato per questo rifiuto, che ne cadde malato. Non poteva nè bere nè mangiare, e si mise a letto.
La regina, venne a trovarlo e gli chiese la causa della sua malattia.
Il re rispose che voleva ingrandire il suo giardino, e che Nabot aveva rifiutato di vendergli la sua vigna.
«E chè! replicò la regina; dov'è dunque la tua autorità? Non stare in pena, te la farò avere io».
Allora si affretta ad andare a trovare qualche persona che, comprata col denaro, testimoni che Nabot aveva bestemmiato contro Dio e contro Mosè.
Quel pover'uomo ebbe un bel da fare a difendersi, affermando che era innocente del crimine di cui lo si accusava; non gli si credette; fu trascinato e abbattuto a colpi di pietre.
La regina, vedendolo immerso nel sangue, corse dal re, per invitarlo a prendere possesso della vigna, perchè colui che era stato così audace da rifiutargliela, era morto.
A questa notizia, il re guarì subito, corse come un disperato, per prendere possesso della vigna
(ecco, per analogia, come nascono i latifondismi e tutte le altre ruberie che fanno arricchire “ereditariamente” i furbi e i prepotenti; n.d.a).
Quello sciagurato non pensava che era lì che Dio lo aspettava per punirlo.
Il Signore, chiama il suo profeta Elia, e gli ordina di andare a trovare il re, per dirgli da parte sua che, nello stesso punto dove i cani avevano leccato il sangue di Nabot, essi avrebbero leccato il suo sangue, e che nessuno dei suoi figli avrebbe regnato dopo di lui.
Poi invia il profeta dalla regina Gezabele, per annunciarle che i cani l'avrebbero divorata, in punizione del suo crimine.
Tutto accadde come il profeta aveva predetto.
Al re, massacrato nel combattimento, i cani leccarono il sangue.
Un nuovo re, di nome Jehu, entrando in città, vide una donna seduta a una finestra.
Ella si era abbigliata come una dea, nella speranza di sedurre il cuore del nuovo re.
Costui si informò chi fosse quella creatura; gli rispondono che era la regina Gezabele. Subito ordina che la gettino giù.
Gli uomini e i cavalli la calpestarono sotto i loro piedi.
Fattasi sera, essendo venuti a darle sepoltura, non trovarono più che qualche pezzo del suo corpo: i cani avevano mangiato il resto.
«Ah! gridò Jehu, ecco adempiuta la parola del profeta!».
Il re Acab lasciò settanta figli, tutti principi; ma il nuovo re ordinò che si tagliasse a tutti la testa, che la si mettesse in dei panieri, alla porta della città, per mostrare, con uno spettacolo così orribile, quali sciagure attirino sui loro figli le ingiustizie dei genitori (non per la condivisione delle colpe e delle responsabilità, che restano strettamente personali, ma per la condivisione delle pene, ossia delle inevitabili conseguenze delle azioni dei genitori sui loro figli; n.d.a.).
San Vittore ci riporta un esempio che non è meno straordinario.
Un uomo, ci dice, era entrato nel granaio del suo vicino per rubargli del grano.
Nel momento in cui prendeva il suo sacco, il demonio d'impadronì di lui, e davanti a tutti lo trascinò, come se lo stesse portando all'inferno.
Il profeta Zaccaria dice che, in una visione, Dio gli fece vedere un libro su cui era scritto che mai i rapitori dei beni altrui avrebbero visto Dio, e che sarebbero stati gettati nelle fiamme.
Tuttavia, fratelli miei, ci sono alcuni così accecati, che preferirebbero meglio morire ed essere dannati, che restituire il bene male acquistato, anche quando la morte è sul punto di rapirlo dalle loro mani.
Un uomo aveva trascorso tutta la sua vita a rubare e a predare...
Non avendo ancora che trent'anni, fu colto da una malattia, per la quale in seguito morì.
Uno dei suoi amici, vedendo che non chiedeva nessun prete, va a cercargliene uno.
«Amico mio, gli dice il prete, tu mi sembri molto malato. Perchè non mi hai chiamato? Vorresti confessarti?».
«Ah! signore, risponde il malato con un'aria tutta smarrita, tu mi consideri dunque già morto?».
«Ma, amico mio, più hai conoscenza, e meglio riceverai i sacramenti».
«Non parlarmi di questo, in questo momento sono stanco; quando starò meglio, ti verrò a trovare in chiesa».
«No, amico mio, se dovessi morire senza i sacramenti, ne sarei molto dispiaciuto. Visto che sono qui, non me ne andrò prima di averti confessato».
Vedendosi quasi costretto, acconsentì; ma come lo fece? come una persona che abbia un bene altrui, ma non voglia restituirlo. Non disse nulla...
«Se dovessi peggiorare, ritornerò a portarti il buon Dio» (si riferisce al “viatico”, ossia la Comunione dei moribondi; n.d.a.).
Infatti, il malato stette in punto di morte; si corre ad avvertire il sacerdote che il suo penitente sta per spirare.
Quello si affretta ad accorrere. Quando sentì la campanella, il malato domandò che cosa fosse, e, appreso che il sacerdote gli portava il buon Dio: «E chè? gridò, non vi avevo già detto che non voglio riceverlo? Ditegli di non venire più».
Tuttavia il sacerdote entrò, e avvicinatosi al suo letto: «Non vuoi dunque ricevere il buon Dio, che ti consolerebbe, e ti aiuterebbe a soffrire le tue pene?».
«No, no, ho fatto già abbastanza del male».
«Ma così scandalizzerai tutta la parrocchia».
«E che m'importa se tutti sapranno che mi sono dannato?».
«Se non riceverai i sacramenti, non potrai essere interrato cristianamente».
«Ma forse che un dannato merita di essere sepolto in mezzo ai santi? Dopo che il demonio avrà preso la mia maledetta anima, gettate il mio corpo ai lupi, come il corpo di un animale...».
Vedendo poi sua moglie piangere: «»Tu piangi? Consolati; come mi hai accompagnato, la notte, a derubare ai vicini, così non tarderai a venirmi a raggiungere all'inferno».
Allora urlò nella sua disperazione: «Ah! orrore dell'inferno, apri i tuoi abissi! vieni a portarmi via da questo mondo, perchè non posso più restarci».
E muore, con dei segni visibili di riprovazione.
«Ma, mi direte voi, egli doveva aver commesso certamente dei gravi crimini».
Ahimè! amico mio, se mi è consentito, direi che faceva esattamente ciò che fate quasi tutti voi!
Ora si ruba una fascina, ora una bracciata di fieno o un covone di grano.
Se volessi, fratelli miei, esaminare la condotta di quelli che sono qui presenti, non troverei, forse, che dei ladri? (un curato senza peli sulla lingua; n.d.a.).
Ascoltatemi un istante e riconoscerete che ciò è vero.
Se comincio con l'esaminare le condotta dei domestici, li trovo colpevoli sia riguardo ai loro padroni, che riguardo ai poveri.
Riguardo ai padroni, i domestici sono colpevoli, e di conseguenza, sono obbligati a restituire, per tutte quelle volte che si sono concessi più tempo del necessario, per rilassarsi, o per divertirsi nei cabarets.
Oppure per quelle volte che hanno lasciato perdere o prendere qualche bene del loro padrone e, pur potendo impedirlo, non lo hanno fatto.
Allo stesso modo, se, per un'autoesaltazione, un servo ha assicurato di essere capace di svolgere certe mansioni, sapendo molto bene che non le conosceva bene o non sapeva farle, è obbligato a risarcire il suo padrone per la perdita che gli abbia causata, a causa della sua ignoranza o della sua inabilità (quindi, secondo il curato, non si è ladri solo se si rubano beni materiali, ma anche per una errata promozione di se stessi, o per le perdite di tempo sul posto di lavoro; n.d.a).
Inoltre, il servo deruba i poveri tutte le volte che spende il suo denaro ai giochi, ai cabarets, o ad altre cose inutili.
«Ma, mi direte voi, questo denaro è mio, perchè è il mio salario».
Ed io vi risponderò che avete lavorato per guadagnarlo, è vero, e tuttavia siete colpevoli, come ora vi dimostrerò.
Forse, i vostri genitori sono tanto poveri, da dover ricorrere all'assistenza pubblica; se aveste conservato i vostri salari, avreste potuto aiutarli voi, ma ora vi trovate nell'impossibilità di farlo.
E questo, non è derubare i poveri?
Una serva o un ragazzo hanno speso tutto il loro denaro, l'una per comprarsi delle vanità, l'altro nei cabarets o nei giochi; se il buon Dio inviasse loro qualche malattia o infermità, essi sarebbero costretti ad andare all'ospedale, per mangiare il pane dei poveri; oppure aspetteranno che una persona caritatevole tenda loro la mano, e gli doni ciò che avrebbe fatto più comodo ad altri ancora più disgraziati di loro.
Se si formano una famiglia, eccoli con i loro figli, ridotti in miseria. E perchè ciò, se non perchè, quando erano giovani, non hanno saputo mettersi da parte nulla?
Non è forse vero, sorella mia? Se riflettessi un po' di più, la tua vanità non si innalzerebbe tanto!
Ma la cosa più disgraziata è che non soltanto state sperperando un bene che poi vi mancherà, ma state anche perdendo la vostra povera anima.
Ma ecco un peccato, tanto più deplorevole, quanto comune: quello di figli o domestici, che derubano i loro genitori o i loro padroni.
I figli non devono mai prendere nulla ai loro genitori, col pretesto che non diano loro abbastanza.
Una volta che i vostri genitori vi abbiano nutriti, vestiti e istruiti, non vi devono altro (evidentemente, dal punto di vista economico; n.d.a).
D'altronde, dal momento che un figlio deruba i suoi genitori, lo si riterrà capace di tutto.
Tutti lo fuggiranno e lo disprezzeranno.
Un domestico mi dirà: «Non vengo pagato per tutte le mie fatiche, dovrò pure ricompensarmi da solo».
Non ti si paga per tutte le tue fatiche?
Amico mio, perchè resti presso questi padroni?
Quando sei stato assunto, sapevi bene quale era il tuo salario e ciò che avresti potuto meritare; avresti dovuto rivolgerti ad altri, dove avresti potuto guadagnare di più.
E coloro che ricevono presso di sè ciò che i domestici hanno rubato ai loro padroni, o i figli ai loro genitori, facciano bene attenzione!
Anche se quegli oggetti fossero rimasti presso di loro anche solo cinque minuti, e sebbene non ne conoscessero nemmeno il valore, questi ricettatori sono obbligati a restituire, sotto pena di dannazione, se i colpevoli non li riportano indietro essi stessi.
Ammettiamo che qualcuno compri un qualche oggetto da un figlio o da un domestico: ora, anche se lo avessero pagato più del prezzo che valgono, essi sono obbligati a restituire al padrone o l'oggetto, oppure il suo valore; altrimenti saranno gettati all'inferno.
Se aveste consigliato a un'altra persona di rubare, quand'anche non ne aveste tratto alcun profitto, se il ladro non restituisce, dovete farlo voi; altrimenti non potrete più sperare il Cielo.
I furti più comuni, si compiono nelle vendite e negli acquisti.
Entriamo nel dettaglio, affinchè possiate conoscere il male che fate e, nello stesso tempo, possiate correggervi.
Quando andate a vendere la vostra derrata alimentare, vi chiederanno se le vostre uova o il vostro burro sono freschi; voi vi affretterete a rispondere di sì, sebbene sappiate bene che è il contrario.
Perchè lo avete detto, se non per rubare due o tre soldi a una povera persona, che, forse, se li è fatti prestare per mantenere la propria famiglia?
Un'altra volta andate a vendere la canapa.
Avrete la precauzione di nascondere all'interno, la parte più misera o più scarta.
Forse direte: «Se non faccio così non venderò molto». Che sarebbe come dire che, se vi comportaste come un buon cristiano, non rubereste come fate.
Un'altra volta, vi sarete accorti che, nel fare i conti, vi è stato dato più del dovuto, ma non avete detto nulla: «Tanto peggio per quella persona; la colpa non è mia».
Ah! amico mio, verrà un giorno in cui vi sarà detto, forse con maggior ragione: «Tanto peggio per te!...» (quando accadrà che le parti si invertiranno, e sarai stato tu a dare più del dovuto; n.d.a.).
Un tale vuole comprare da voi del grano, del vino o delle bestie. Egli vi chiederà se quel grano è di buona qualità. Senza titubare lo assicurerete che lo è.
Però, il vostro vino voi lo mescolate con altri vini di bassa qualità, ma lo vendete come se fosse tutto buono.
Se l'altro non vuole credervi, voi giurate, e non una volta , ma venti volte, che dareste la vostra anima al demonio, se non fosse come dite.
Oh! amico mio, non hai bisogno di tormentarti tanto per donarti a lui; è già tanto tempo che gli appartieni già!
«Questa bestia, vi chiederà qualcuno, ha forse qualche difetto? Ti prego di non imbrogliarmi, perchè ho preso in prestito questo denaro, e se mi inganni cadrò in miseria».
«Ah! certo che no, replicate voi, questa bestia è ottima; la vendo mal volentieri; se potessi fare diversamente non la venderei».
Ma in realtà la vendi proprio perchè non vale nulla, e non ti serve più.
«Faccio come tutti gli altri, rispondi; peggio per lui che si lascia ingannare. Hanno ingannato me, e io cerco di imbrogliare gli altri, altrimenti perdo tutto».
Ebbene! amico mio, siccome gli altri si dannano devi dannarti anche tu?siccome quelli vanno all'inferno, devi andarci anche tu con loro?
Preferisci avere qualche soldo in più, per poi andare a bruciare all'inferno, per tutta l'eternità?
Ebbene! io ti assicuro che se tu hai venduto una bestia con dei difetti nascosti, sei obbligato a risarcire il compratore per la perdita che questi difetti nascosti possono avergli causato; altrimenti, sarai dannato.
«Ah! ma se tu fossi al nostro posto, ti comporteresti anche tu come noi».
Sì, senza dubbio, farei anch'io come voi se, come voi, volessi anch'io dannarmi; ma se volessi salvarmi, dovrei fare tutto il contrario di quello che fate voi.
Altri, passando attraverso un prato, un campo di rape o un frutteto, non avranno alcuna difficoltà a riempire il loro grembiule di erbe o di rape, e a portare via il loro paniere e le loro borse piene di frutti.
Dei genitori vedranno i loro figli ritornare con le mani piene di cose rubate, ma non li rimprovereranno affatto.
«Eh! ma sono cosette da nulla!», dite.
Fratelli miei, se rubate ora un soldo, ora due, raggiungete subito la materia di un peccato mortale.
D'altronde, potreste commettere un peccato mortale anche rubando un centesimo, se aveste avuto l'intenzione di rubare tre franchi.
Cosa devono fare dunque i genitori quando vedono venire i loro figli con un oggetto rubato?
Ecco: devono obbligarli ad andare a restituire loro stessi a coloro che hanno derubato. Facendo così una o due volte, sarà sufficiente per farli correggere.
Un esempio vi mostrerà come dovete essere fedeli a questa regola.
Si racconta che un fanciullo di nove o dieci anni, cominciava a fare dei piccoli furti, come prendere dei frutti o altre piccole cose di poco valore.
Egli, ogni giorno, aumentava le ruberie, al punto che più tardi arrivò ad essere condannato alla forca.
Prima di morire domandò ai giudici che facessero venire i suoi genitori; quando furono presenti: «O padre e madre disgraziati, gridò, voglio che tutti sappiano che siete voi la causa della mia morte vergognosa.
Che siate disonorati agli occhi del mondo, e restate sempre dei disgraziati! Se mi aveste corretto all'inizio dei miei piccoli furti, non avrei commesso quegli altri che mi hanno condotto su questo patibolo».
Io affermo, fratelli miei, che i genitori devono essere più saggi dei loro figli, anche se quelli si dimenticassero di avere un'anima da salvare.
Infatti si vede, in genere, che come sono i genitori, tali sono i figli.
Ogni giorno si sente dire: «quel tale ha dei figli che seguiranno le tracce che essi hanno seguito quand'erano giovani».
«Ma questo non ti riguarda, mi direte voi, lasciaci in pace, non venire a turbarci; ormai non ci stiamo pensando più a certe cose, e tu ce le rimetti davanti agli occhi; non basta dunque il fuoco dell'inferno, nè l'eternità è abbastanza lunga, perchè tu debba farci soffrire così già da questo mondo?».
E' verissimo, fratelli miei, ma è precisamente perchè non vorrei vedervi dannati.
«Ebbene! tanto peggio per noi! se ci comportiamo male, non sarai mica tu a doverne subire la pena».
Se siete contenti così, alla buonora!
Qualche altra volta sarà un calzolaio che impiegherà un cattivo cuoio e un cattivo filo, e che li farà pagare come buoni.
Oppure sarà un sarto che, con la scusa che non riveve un buon prezzo, preleverà un pezzo di stoffa senza dire nulla.
O mio Dio! quanti ladri ci farà scoprire la morte!...
Sarà la volta di un tessitore che cestina una parte del filo, piuttosto che prendersi il fastidio di sbrogliarlo; oppure userà un filo più scarto e si prenderà, senza dire nulla, quello che gli è stato affidato.
Ecco una donna a cui è stata data della canapa da filare; ella ne getterà una parte, col pretesto che non è ben pettinato, e se ne prenderà un po'; poi, mettendo il filo in un ambiente umido, il peso resterà uguale.
Ella non pensa, forse, che appartiene a un povero domestico, al quale quel filo non servirà più, essendo già marcito a metà: ella sarà dunque la causa di tutte le imprecazioni che quello farà contro il suo padrone (se gli abbia dato quel filo come parte del salario; n.d.a.).
Un pastore sa bene che non gli è permesso di andare a pascolare in quel prato, o in quel bosco; ma non importa, se nessuno lo vede, questo gli basta.
Un altro sa bene che gli è stato proibito di andare ad ammassare il loglio in quel campo d'orzo, poichè è in fiore; egli guarda se nessuno lo vede e poi vi entra.
Ditemi, fratelli miei, sareste contenti se il vostro vicino facesse a voi la stessa cosa?
No, senza dubbio; ebbene! credete forse che quello.... (testo mancante; n.d.a.).
Se adesso esaminiamo la condotta degli operai, ce n'è una buona parte che sono dei ladri.
Fra un'istante ve ne convincerete.
Se li si fa lavorare “a forfait”, sia per zappare, sia per scavare, o per qualunque altro lavoro, essi ne “massacreranno” la metà, ma non ometteranno di farsi ben pagare.
Se li si assume alla giornata, si accontentano di lavorare bene quando il padrone li guarda, e in seguito si mettono a chiacchierare o a non far nulla.
Un domestico non avrà difficoltà a ricevere e a intrattenere i suoi amici, in assenza dei padroni, ben sapendo che questi non lo ammetterebbero.
Altri faranno delle grosse elemosine, per essere considerati persone caritatevoli... (col denaro dei padroni; n.d.a.). Non dovrebbero piuttosto donare dal loro salario, che tanto spesso dissipano in vanità?
Se questo vi è già successo, non dimenticate che siete obbligati a restituire a chi di diritto, tutto ciò che avete donato ai poveri, all'insaputa e contro il parere dei vostri padroni.
Prendiamo ancora un primo domestico, al quale il suo padrone abbia affidato la sorveglianza degli altri o dei suoi operai, e che, su loro domanda offra loro del vino o qualche altra cosa. Fate bene attenzione: così come sapete dare, così dovrete saper restituire, sotto pena di dannazione.
Un uomo d'affari, sarà stato incaricato di comprare del grano, del fieno o della paglia; egli dirà al mercante: «Fammi un biglietto, sul quale addebiterai al mio padrone qualche misura in più di grano, e dieci o dodici quintali di paglia che non mi darai. Questo non sarà un gran danno».
Ora, se quel povero cieco consegna un tale biglietto, è obbligato a restituire lui stesso il denaro che quell'uomo fa versare in più al suo padrone, altrimenti dovrà rassegnarsi ad andare a bruciare all'inferno!
Se adesso passiamo dalla parte dei padroni, credo che non mancheremo di trovarvi dei ladri.
Infatti, quanti padroni non danno tutto ciò che hanno convenuto con i loro domestici, oppure, vedendo arrivare la fine dell'anno, fanno tutto il possibile per farli partire, per non pagarli affatto?
Se una bestia viene a morire, malgrado le cure di colui che ne era incaricato, essi ne riterranno il prezzo sul suo salario, di modo che un povero figlio avrà lavorato tutto l'anno, e, al termine di questo tempo si ritroverà senza nulla (si facevano con i domestici contratti annuali, oltre il vitto e alloggio quotidiano; n.d.a.).
Quanti padroni ancora, avendo promesso (ai domestici) della tela, la faranno fare o più stretta, o di pessimo filo, oppure la faranno attendere per parecchi anni, fino al punto di doverli citare in tribunale, per obbligrali a pagare.
Quanti altri, infine, mentre lavorano, o falciano, o mietono, oltrepassano i limiti del loro campo, oppure tagliano una certa pianta dal loro vicino, per farsene un manico di zappa, un legame per i covoni, o una corda per il loro carretto.
Non avevo forse ragione, fratelli miei, a dire che se avessimo esaminato da più vicino la condotta della gente del mondo, non avremmo trovato che ladri e imbroglioni?
Non mancate di esaminarvi su ciò che abbiamo detto: se la vostra coscienza urla, affrettatevi a riparare il male che avete fatto, e finchè c'è ancora tempo, restituite subito, se potete, o, almeno, lavorate con tutte le vostre forze per essere poi in grado di restituire ciò che avete male acquisito.
Ricordatevi anche di dire, nelle vostre confessioni, quante volte avete omesso di restituire, quando eravate in grado di farlo, perchè se Dio ve lo fa ricordare, saranno tutte grazie disprezzate (se non lo fate; n.d.a.).
Vi parlerò anche di un furto molto comune nelle famiglie, allorchè certi ereditieri, al momento della spartizione, dissimulano quanti più beni possibile (facendoli sparire prima; n.d.a.).
Questo è un vero latrocinio e si è obbligati alla restituzione, senza di che si è perduti.
(La regola assoluta della restituzione di ciò che si è rubato, sarebbe l'unico vero antidoto alla corruzione, almeno per chi è credente; spesso questa regola morale, tutt'ora vigente, viene trascurata, rendendo non valide le confessioni e colpevole il prete che non abbia esigito come penitenza, la restituzione, o del bene rubato o del valore corrispondente; in tal modo, ogni tipo di furto, da quello del contadino a quello del commerciante a quello, sempre più frequente, dei politici, diventa, per chi abbia un minimo di coscienza e di pudore, il peccato più vergognoso e il più difficile da cui liberarsi; n.d.a.).
Ve l'ho già detto all'inizio: niente è più comune del latrocinio, e niente è più raro della restituzione. Sono pochi, come vedete, quelli che non abbiano qualcosa sulla coscienza.
Ebbene! dove sono quelli che restituiscono? io non lo so.
Tuttavia, fratelli miei, mentre siamo obbligati a restituire il bene, male acquisito, sotto pena di dannazione, allorchè poi lo restituiamo, Dio non manca di ricompensarci.
Un esempio ve lo dimostrerà chiaramente.
Un panettiere che aveva, da parecchi anni, fatto uso di pesi falsi e di false misure, volendo mettere a riposo la sua coscienza, consultò il suo confessore, il quale gli consiglia di fare, per qualche tempo, il peso un po' in eccesso.
Essendosi sparsa la voce, l'afflusso dei clienti divenne molto grande, e, pur guadagnando di meno, Dio permise che, per aver restituito, accrescesse considerevolmente la sua fortuna.
«Finora, mi direte, possiamo sperare di conoscere, almeno grosso modo, la maniera in cui possiamo fare del torto agli altri. Ma come e a chi dobbiamo restituire?».
Ebbene! ascoltatemi un istante, e lo saprete.
Non bisogna accontentarsi di restituire la metà, nè i tre quarti, ma tutto, se lo potete, altrimenti sarete dannati.
Ci sono di quelli che, senza esaminare il numero delle persone alle quali hanno fatto quel torto, faranno qualche elemosina, o faranno dire qualche Messa, e dopo di ciò, si crederanno al sicuro.
E' vero, le elemosine e le messe sono cose ottime; ma bisogna che esse vengano donate col vostro denaro, e non con quello che avete rubato al vostro prossimo.
Questo denaro, non è vostro; ridatelo al suo padrone, e in seguito date il vostro, se volete, e così farete benissimo.
Sapete come san Giovanni Crisostomo chiama queste elemosine? le elemosine di Giuda e del demonio!
Dopo che Giuda ebbe venduto Nostro Signore, vedendosi condannato, corse a restituire il denaro ai dottori; costoro, sebbene molto avari, non vollero accettarlo, ma ne comprarono un campo per interrare gli stranieri.
«Ma, mi direte voi, quando quelli ai quali si è rubato sono morti, a chi bisogna restituire? Non si potrebbe tenere quel bene o darlo ai poveri?».
Amico mio, ecco cosa devi fare.
Se hanno dei figli, è a loro che dovete restituire; se non hanno figli, ai parenti, agli ereditieri; se non hanno ereditieri, dovete andare a trovare il vostro pastore, che vi dirà che cosa dovete fare.
Ci sono altri che dicono: «Io ho fatto torto a un tale, ma è abbastanza ricco, mentre conosco una povera persona che ne avrebbe molto più bisogno».
Amico mio, donate a questa persona qualcosa dei vostri beni, ma restituite al vostro prossimo il bene che gli avete sottratto.
«Ma ne farà un cattivo uso».
Questo non ti riguarda; restituiscigli il suo bene, prega per lui e dormi tranquillo.
Ahimè! oggi le persone del mondo sono così avare, così attaccate ai beni della terra che, pensando di non avere mai avuto abbastanza, fanno a gara a chi sarà più furbo e imbroglierà meglio gli altri.
Ma voi, fratelli miei, non dimenticate mai che, se conoscete le persone alle quali avete fatto torto, quand'anche aveste dato ai poveri il doppio di quello che avete rubato, se non restituite al padrone ciò che gli avete sottratto, voi sarete dannati!
Non so se la vostra coscienza è tranquilla, ma ne dubito molto!...
Ho detto che il mondo è pieno di ladri e di furbetti.
I mercanti, vogliono imbrogliare con i pesi e le misure; essi approfittano della semplicità di una persona, per vendere più caro, o per comprare a prezzo più basso; i padroni, derubano i domestici, facendo perdere loro una parte del loro salario; altri, facendoli attendere per un tempo considerevole, scalando loro perfino il tempo della malattia, come se quelli avessero contratto quel male a casa di un vicino, e non mentre erano al loro servizio!...
Dal canto loro i domestici derubano i loro padroni, sia non facendo il loro lavoro, sia lasciando deperire un bene per loro colpa; un operaio, poi, si fa pagare anche se il suo lavoro lo ha svolto a metà.
Quanto a coloro che gestiscono i cabarets, questi depositi d'iniquità, queste porte dell'inferno, questi calvari dove Gesù Cristo è crocifisso senza tregua, queste scuole infernali dove satana insegna la sua dottrina, dove si distruggono la religione i buoni costumi, i cabarets, dicevo, rubano il pane a una povera moglie e ai suoi figli, fornendo vino a quegli ubriaconi, che spendono la domenica quello che hanno guadagnato durante la settimana (I cabarets, una delle parole più usate e più condannate dal curato, corrispondono, più o meno, alle bettole, dove si tenevano anche spettacoli di vario genere e di bassa lega: si pensi, sotto certi aspetti, ai moderni varietà televisivi; n.d.a.).
Un fattore, volgerà mille cose a suo vantaggio, prima che il padrone possa prendere la sua parte, ma non ne farà conto (si tratta dei contratti a “mezzadria”; n.d.a.).
O mio Dio! dove siamo arrivati? quante cose da esaminare nell'ora della morte!...
Se la loro coscienza grida troppo fortemente, queste persone andranno a trovare un ministro del Signore. Vorrebbero ottenere la remissione del loro debito; ma quando poi li si spinge a restituire, essi troveranno mille pretesti per dimostrare che, anche a loro, gli altri hanno fatto dei torti, e che in questo momento non possono restituire.
Ah! amico mio! io non so se il buon Dio si accontenterà delle tue ragioni.
Se tu volessi tagliare un po' di quelle vanità, di quelle golosità, di quei giochi, e se volessi andare un po' meno al cabaret e alla danza, e raddoppiare il tuo lavoro, avresti ben presto saldato una parte dei tuoi debiti.
State molto attenti: se non fate tutto il possibile per rendere a ciascuno ciò che gli è dovuto, per quante penitenze possiate fare, non eviterete di piombare all'inferno; statene ben certi!...
Troverete anche alcuni così ciechi, da dire che saranno i loro figli a restituire, dopo la loro morte.
I tuoi figli, amico mio, lo faranno proprio come lo fai tu. D'altronde, vorreste che i vostri figli abbiano maggior cura della vostra anima, di quanta ne abbiate voi?
Sarete dannati! ecco cosa vi accadrà.
Ditemi, avete voi forse soddisfatto a tutte le piccole ingiustizie che avevano compiute i vostri genitori?
Ve ne siete guardati bene! E i vostri poveri genitori sono all'inferno, per non avere restituito, mentre erano in vita, fidandosi troppo della vostra buona volontà.
Infine, per tagliare corto, quanti ce n'è, tra quelli che mi ascoltano, che i loro genitori avevano incaricati, forse da più di vent'anni, di fare delle elemosine, oppure di offrire delle messe in loro suffragio, ma nessuno lo ha fatto?
Se ne sono guardati bene! Preferiscono ingrandire le loro terre, frequentare i giochi e i cabarets, comprare ai loro figli delle vanità.
Sant'Antonino racconta che un usuraio preferì meglio morire senza sacramenti, pittosto che restituire ciò che non gli apparteneva.
Aveva solo due figli, l'uno temeva Dio e l'altro, no.
Colui che aveva cura della salvezza della sua anima fu così toccato dallo stato disgraziato nel quale suo padre era morto, che, dopo aver impiegato metà della sua fortuna a riparare le ingiustizie paterne, si fece monaco, per non dover pensare più che a Dio solo.
L'altro, al contrario, dissipò tutto il suo denaro nelle crapule, e morì molto presto.
La notizia fu portata al religioso, che si pose subito in preghiera.
Allora vide, in spirito, la terra aperta e, nel suo centro, una voragine profonda, che vomitava fiamme.
In mezzo a quelle fiamme, suo padre e suo fratello bruciavano e si maledicevano l'un l'altro. Il padre malediceva il figlio perchè, per lasciargli una più ricca eredità non aveva temuto di dannarsi per lui, e il figlio rimproverava a suo padre i cattivi esempi che aveva ricevuti.
Volete che vi parli di coloro che aspettano fino alla morte, prima di restituire?
Vi mostrerò con due esempi che, giunto quel momento, o non lo vorrete fare, oppure, pur volendolo non potrete più farlo.
Riguardo al primo caso, si racconta che mentre il padre di una famiglia numerosa stava per morire, i suoi figli gli dissero: «Padre, tu sai che quel bene che ci stai lasciando in eredità non è nostro, bisognerebbe restituirlo».
«Figli miei, rispose il padre, se dovessi restituire tutto ciò che non è mio, a voi non resterebbe più nulla».
«Ma padre, preferiamo lavorare per guadagnarci da vivere, piuttosto che vederti dannato».
«No, figli miei, non voglio restituire; voi non sapete che significhi essere poveri».
«Ma se non restituisci andrai all'inferno».
«No, non voglio restituire nulla».
E morì dannato...
O mio Dio, come il peccato di avarizia acceca gli uomini!
Ho parlato poi del caso in cui, in quel momento, vorreste restituire, ma non lo lo potrete fare.
Si racconta, da parte di un missionario, che un padre, vedendo prossima la sua fine, fece venire i suoi figli vicino al suo letto, e disse loro: «Figli miei, voi sapete che ho fatto del torto a un bel po' di gente; se non restituisco sarò perduto. Andate a cercare un notaio, perchè riceva le mie ultime disposizioni».
«Macchè, padre mio, gli rispondono i figli, vorresti disonorare te stesso e noi pure, facendoti passare per un uomo disonesto? Vorresti ridurci alla miseria, e mandarci a mendicare il nostro pane?».
«Ma, figli miei, se non restituisco sarò dannato!».
Uno dei suoi figli empi non temè di rispondergli: «Padre mio, tu temi dunque l'inferno? ma via! ci si abitua a tutto: fra otto giorni ti ci sarai abituato...».
Ebbene, fratelli miei, che cosa dobbiamo concludere da tutto ciò?
Che siete clamorosamente ciechi!
Voi perdete le vostre anime, per lasciare qualche pezzo di terra o qualche bene di fortuna ai vostri figli i quali, ben lungi dall'esservene grati, si prenderanno gioco di voi, mentre voi brucerete nelle fiamme!
Finiamo col dire che siamo degli insensati, quando pensiamo solo ad ammassare dei beni che ci rendono infelici, sia quando li ammucchiamo, sia mentre li possediamo, sia quando li abbandoniamo, e anche per tutta l'eternità (una delle tante impennate di saggezza impareggiabile del nostro curato; n.d.a.).
Cerchiamo di essere più saggi, fratelli miei, attacchiamoci piuttosto a quei beni che ci seguiranno nell'altra vita, e che faranno la nostra felicità per giorni senza fine: è ciò che vi auguro...